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Full text of "Tiberio Gracco, tragedia in cinque atti"

LI Fantini, Romualdo 

P1975t Tiberio Gracco, tragedia 





5ERIO GRACCO 

GEDIA IN CINQVE ATTI 
DI ROM VALDO FANTINI 
IFRATELLI TREVES • EDITORI 



J 



TIBERIO GRACCO. 



Rappresentata la prima volta in Roma 
al Teatro Argentina, il io febbraio 1912, 
dalla Compagnia Drammatica di Roma. 



Tiberio Gracco 



TRAGEDIA IN CINQUE ATTI 



Romualdo PàntinL 




MILANO 

Fratelli Treves, Editori 

1913. 






600852 

Proprietà letteraria. 

Riservati tutti i diritti. - La rappresentazione e la ri- 
produzione per la stampa sono vietate a termini e sotto 
le comminatorie delle vigenti leggi. - Per ottenere il di- 
ritto di rappresentazione rivolgersi esclusivamente alla 
Società Italiana degli Autori per la tutela della 
proprietà artistica e letteraria (Milano, Corso Venezia, 6)- 



Milano. — Tip. Treves, 



Alla piccola amica 
che mi porse Plutarco, 



Io credetti di vedere i Gracchi co* loro lunghi 

sguardi di martiri Tiberio Gracco — esclamai 

io voterò per te la legge agraria 1 — 

Heike. Riisebilder, n. 



PERSONAGGI 



Tiberio Gracco, marito di 

Claudia, figlia di 

Appio Claudio. 

Caio Gracco. 

Cornelia, madre dei Gracchi. 

BlOSSIO, filosofo Camano. 

Scipione Emiliano, marito di 

Antistia. 

Ottavio, tribuno, frateUo di 

Ottavla. 

Muzio, giurista. 

Crasso, pontefice. 

Marco Furio, demagogo. 

Mangialaterra. 

DrOMIO, liberto di 

Nasica, capo dei patrizii. 

Quinto Metello / • . j. xt . 

Tito Annio j ^^'^^^ ^' ^^'^^ 

I Tre Proprietarii. 
Tullia, matrona consolare. 
Valeria, cortigiana, con la FIGLIA. 
LlGURIO, contadino. 

Labeno, liberto di Tiberio. 
Due Faziosi. 
Un Tiberiano. 

II Console. 

Un Centurione. 
Il Popolo. 



ATTO PRIMO. 



FANTINI, Tibeì'io Gracco. 



V Atrio nella casa dei Gracchi, 




SGENA PRIMA. 



Labeno e Blossio. 



Blossio 

picchiando esternamente. 
Apri, Labeno, olà! 

Labeno con aria furbesca. 
Ti riconosco: 
ma voglio sollazzarmi: ora non ti apro! 

Blossio 

replicando i colpi 
e alzando la voce. 

È strano che Labeno non mi ascolti! 

Olà, Labeno, dormi ancora? Aspetti 

che le trombe ti sveghno? È gran giorno! 



TIBERIO GRACCO 



Labeno. 

Chi è quest'insolente malcreato 

che picchia e vocia peggio di un facchino? 

È certo un ubriaco, e di che cotta, 

se di mattina crede essere ancora 

alla taverna della sua suburra I 

Blossio. 

Ma, Labeno, ti prego, apri la porta! 

Labeno. 

La casa del questor Tiberio Gracco 
non s'apre ai crapuloni e agh sboccati! 

Blossio. 

Non riconosci la mia voce? Sono 
Blossio Cumano.... 

Labeno. 
Eh! 

Blossio. 

Son Blossio, ti dico; 
il filosofo amico di Tiberio, 
l'amico tuo, Labeno! 

Labeno. 

Amico mio? 
Ma Labeno romano mai non ebbe 
per amico un filosofo, un cumano, 
un venditor di frottole e di zolfo! 

Blossio imperioso. 
Labeno, il gioco è lungo ed insolente. 



ATTO PRIMO, SCENA PRIMA 



Apri, ti dico: se non vuoi.... ma che? 
Aprimi, servo vii, te lo comando! 

La BENO ridondo. 
I servi tuoi? Li avrai lasciati a Guma 
a trinciar Paria della tua sibilla! 
Non sono servo tuo, né di nessuno! 

BlosSIO furente. 
In nome di Tiberio, mi aprirai! 

Labeno. 
Tiberio non è più padrone mio: 
non a pena varcò la sacra soglia, 
volle rendermi libero, mi tenne 
iersera alla sua mensa ! 

Blossio. 

Ed io ne godo: 
per te per lui: buon cittadino, m'apri. 

Labeno. 
E proprio tu sei Blossio, quel cumano.... 

Blossio. 
Da capo, sono stufo: apri, Labeno! 

Labeno. 
Oh tu, mi devi ancor dieci denari: 
te li prestai.... 

Blossio infastidito. 
Ma sì, chi te h nega? 

Labeno increpante. 

Fammi sentir la borsa se tintinna! 



TIBERIO GRACCO 



Blossio supplichevole. 

Labeno, apri ! Tiberio è un gran questore ! 
Tu fosti sempre un fido amico, un saggio. 
Vien gente: sono stanco d'aspettare! 

Labeno. 

I miei denari anch'io li aspetto, è un anno! 
Ma ti aprirò, filosofo spiantato, 

apre, e lo guarda male. 

per compassione della tua miseria 

non per le ciance, onde consumi i sassi! 

Blossio 

contenendosi a stento. 

Io non so chi mi tenga! 

Labeno insolente. 

I miei denari! 

Blossio calmandosi. 
Va là, sei ricco. Chi di te più ricco? 
Hai la tua libertà. Chiama Tiberio! 

Labeno sorridente. 
Viene egli stesso. Prima, era nel bagno! 



ATTO PRIMO, SCENA SECONDA 



SCENA SECONDA. 
Blossio, Tiberio. 

Blossio con effusione. 
Seppi del tuo ritorno a tarda sera: 
e comprendi con qual gioia ansiosa 
questa mane anelavo rivederti: 
ora il nostro Labeno un po' per burla 
e un po' sul serio non voleva aprirmi! 

Tiberio. 
Maestro, sei buono! Oh come grato 
ti sono delle cure e dei consigli. 
Non badare a Labeno: è troppo lieto. 

Blossio. 
Capisco: è libertà sì dolce vino 
che può dare alla testa.... 

Tiberio 

E gli avversarli 
E Scipione? E Nasica? E il gran Senato? 

Blossio. 
Scipione ha detto una parola sola: 
Tiberio ha bene meritato: e basta. 
Ora Nasica s'agita brigando 
di rimuovere gli animi e aizzarli 



8 TIBERIO GRACCO 



contro te. C'è qualcuno del Senato 
che gli porge un orecchio : ma son pochi 
barbogi. Tutto il popolo è con te. 
Tutto il popolo sa quello che aspetta 
da te: che vuoi gl'importi di Mancino? 

Tiberio. 
Ma non posso difendere me stesso 
e condannare il console: non posso 
condannar la sventura! 

Blossio. 

generoso, 
nobile sempre! Tu saprai salvarlo! 
All'eloquenza tua s'inchineranno 
umiliati i torbidi avversarli! 

Tiberio. 
Una prova suprema oggi mi aspetta! 
Io sono forte del dover compiuto; 
ma sfiderei più heto ogni condanna, 
se non mi precludesse la via pronta 
al nostro sogno, o Blossio, di riforme. 

Blossio. 
Non temere d'inciampi purché fermo 
resti a compirle! 

Tiberio. 

Non potrà più nulla 
rimuovermi ! 

Blossio. 
Vedessi ora il fermento 
in Roma dilagar di giorno in giorno! 



ATTO PRIMO, SCENA SECO^■DA 



Quel che ti scrissi è pallido racconto. 
Sopraggiungono sempre nuove genti 
senza mezzi né meta. E l'urbe è inetta 
a contenerle e meno a soddisfarle. 

Tiberio. 
Sono per forza qui travolte all'ozio 
ed ai tumulti, misere due volte! 
Quante ne ho scorte correre l'Etruria: 
spoghate per gravezze o per assalto, 
alla miseria aggiungono l'estrema 
disperazione 1 

Blossio. 
E i nostri senatori, 
non sazii mai di redditi e di schiavi, 
chiusi nell'albagia delle lor toghe, 
se pur cacciano il naso dalla Curia, 
non sentono o non vogliono vedere 
che guerra più funesta d'ogni guerra 
su Roma incombe e su tutti: la fame! 

Tiberio. 
Maestro, non aggiungere parola 
a definir nequizia la più cieca. 
Ecco la madre: e par quasi turbata. 



10 TIBERIO GRACCO 



SCENA TERZA. 

Appio Claudio, Cornelia, Caio, 
poi Claudia, Labeno, un servo. 

Tiberio 

con sollecitudine ad Appio. 

Hai scrutate le viscere? 

Appio grave, ma sereno. 

Ogni rito 
è compiuto. 

Tiberio incalzando. 

E gli auspicai sono fausti? 

Appio. 

Nulla vi ho scorto da turbar la mente! 

Tiberio. 

Ma le scrutasti addentro? Con l'amore 
d'un padre o col cipiglio d'un pontefice? 

Appio. 

Senza cipiglio e senza tenerezza. 

Il nostro cuor s'inganna: non il cielo. 



ATTO PRIMO, SCENA TERZA 11 

Gaio irrompente. 

Non è l'ora per dispute si fatte. 
Gli auspicii sono fausti. Ma più fausto 
è il popolo che vuole il suo Tiberio, 
che non lo lascerà preda ai vighacchi! 

Cornelia 

severa, al braccio di Appio. 

E chi mai t'insegnò, Caio, a sprezzare 
i moniti del cielo? 

Caio rimesso. 

Io non li sprezzo, 
o madre: solo avverto che indugiando 
a recarsi al Senato, può Tiberio 
render gli amici impazienti.... 

Cornelia. 

È bene 
che Scipione anche giunga: l'ha promesso. 

Blossio. 
Venga o non venga qui, credi, o Cornelia, 
che non mutan le sorti. Egh ha parlato 
per Tiberio, e ciò basta. 

Cornelia un po' agitata. 
Tu sai forse 
più di noi: forse è inutile aspettarlo! 

Blossio. 

Io non so bene: ma per via raccolsi 
ch'egU non è tornato dalla villa! 



12 TIBERIO GRACCO 



Un servo interrompendo. 
I cittadini accorrono nel foro 
già numerosi e alcuni in mezzo ad essi 
si affannano a mostrar perché si legga 
un epigramma anonimo. 

Blossio. 

Ed è letto? 
Il servo. 
Chi legge e chi sorride e si allontana. 

Blossio prende il rotolo. 
Tu l'hai trascritto? 

Cornelia. 
Quali nuove? 

Blossio. 

Nulla 
che non si sappia. È quell'onesto Meccio 
non sazio ancora di sputar veleno ! 

Cornelia. 
Ancora un epigramma. Ma Nasica 
non smette d'aguzzar tutte le frecce ! 

Blossio. 
Sempre Meccio, quel povero imbecille! 
Sentitene lo stile, il metro, e i sah. 

legge sorridendo. 

— Ho salvato un esercito, egli grida 
il gran questore reduce di Spagna. 
Troppo egh grida perché non si senta 
che sol la sua viltà egh ha salvato. — 



ATTO PRIMO, SCBKA TERZA. 



13 



Tiberio con disprezzo. 

Non so né meno riderne! 

Blossio. 

Sei saggio 
e senti bene che l'altrui stoltezza 
non può turbare un animo sicuro. 

Tiberio grave. 
M'attrista, o Blossio, il volto di mia madre 1 

Cornelia a Claudia. 
Scipione indugia, e non vorrei che nuovi 
tranelU si tendessero.... 

Claudia. 

Che dici, 

o madre? Io credo, io sento che Scipione 

non è tornato, ad arte. Egli ha parlato 

e in favor di Tiberio. EgU è ben certo 

che il gruppo degh amici non traligna. 

Avrà voluto megho rifulgessero 

il valor, l'innocenza di Tiberio, 

senza troppo pesar con l'intervento 

suo. 

Cornelia. 

Speriamo. Ma tutta la famigha 

nelle ore dubbie deve esser raccolta 

intorno ai Lari, pronta alla difesa, 

come i rami costretti intorno al tronco ! 

Tiberio con titubanza. 

Perdona, o madre. Non avrei voluto 

varcare questa soglia sotto un'ombra, 

vana inconsulta ma pur ombra sempre. 



14 TIBERIO GRACCO 

se ancora il viso tuo s'inclina triste, 

e velate dall'ansia hai le parole.... 

D'un balzo sol dal campo nel Senato 

sarei passato, e come l'anelavo, 

per rivedere il tuo volto sincero! 

Se non mi fu concesso, e bene, o madre, 

prima di tutti giudica tuo figlio! 

Si ritrae come dubitoso. 

Labeno. 
E tu, Cornelia, ancor non sai. Tiberio 
è modesto e non osa. Orsù, che indugi? 
Solo la tua virtù valse in soccorso 
della patria in quell'ora di tempesta. 
Ventimila romani furon salvi 
per te! 

Tiberio. 

Per me? Ma in grazia di mio padre! 
madre, esulta: ancor viva è la fama 
di mio padre colà tra i Numantinl. 
Lo ricordano Aero alla battaglia, 

10 ricordano onesto ai giuramenti. 
E per l'onore di mio padre, me 
me solo ancora vollero pe' patti. 

11 cuore mi piangeva per Mancino. 
Dopo l'offese della sorte, assidua 
terribile nemica, egli era degno 

di fiducia maggior. Rivedo sempre 
quello sguardo accorato, balenante, 
con cui m'accompagnò fuori del vallo.... 
Era stanco; più volte in campo aperto 
e con insidie e per notturni assalti 



ATTO PRIMO, SCENA TERZA 15 

avea tentato rompere quel cerchio 
di ferro che pareva si chiudesse 
per strangolarci inesorabilmente. 
Tutt'invano: la dea della Vittoria 
più non brillava al Duce su la spada! — 
Quella sera mi volle nella tenda, 
per dirmi solo: Al cohno della notte 
noi sloggeremo ; tende e impedimenti 
serviranno d'inganno ai Numantini. 
Era più triste che negli altri giorni. 

10 non osava al console di oppormi, 
ma con rispetto dissi: In pieno sole, 
al suono delle trombe e coi vessilli 
spiegati giova, o console, partire. 

È romano cosi anche all'avversa 
fortuna non concedere. La notte 
nasconde sempre la vigliaccheria. 
Egli non mi rispose: mi guardò 
solo più triste. 

Appio. 
È vero vi spingeste 
per una gola sconosciuta, senza 
prima bene accertarvi se uno scampo 
avreste là trovato? 

Tiberio. 

padre, ascolta! 
Ben è facile accogliere ogni falsa 
diceria, quando avversa fu la sorte. 
Buona è la verità solo ai vincenti. 

11 console Mancino lungamente 

vi pensò: che lo scampo disperato 



16 TIBERIO GRACCO 




appariva a chiunque e nella notte 

più arduo. Come si avanzava sotto 

i monti più la strada s'attorceva, 

e una pioggia sottil parea coprisse 

il calpestìo delle schiere serrate. 

Quan d'ecco al mezzo del cammino impervio 

i veliti di botto s'arrestarono 

e il contraccolpo in tutte le legioni 

fu violento. Il varco era interrotto. 

Di qui la roccia immane, nuda, a picco: 

di qua l'abisso, e il gorgo rumoroso: 

su pei balzi, invisibili i nemici. — 

Con gli scudi formammo la testuggine, 

e presto ai sassi rimbalzanti, i blocchi 

grossi ed aspri seguirono con furia 

da squassare e sfondar gli scudi e gli elmi.... 

Difendersi da scroscio tal di morte, 

che parea vomitato dalla notte, 

era follia: follia qualunque offesa! 

Il tradimento più vigliacco aveva 

sventato l'arditissimo disegno.... 

Appio. 
Hanno detto che tu piegasti il capo 
ai patti loro, che cedesti tutte 
le riserve del campo, per astuzia. 
Saccheggiati le tavole e i registri, 
chi ti avrebbe potuto chieder conto 
dell'oro confidato? 

Tiberio. 
Ma non sanno 
gli sciocchi, allor non sanno che Tiberio 



ATTO PRIMO, SCENA TERZA 17 

avrebbe prima offerto ai Numantini 

la spoglia del suo corpo che apparire 

sotto il sospetto di una bassa frode 

alla famiglia e nel comizio. Volli 

essere astuto, e inerme ritornai, 

gl'inviti accolsi, e ne riebbi in dono 

i documenti inviolati e saldi. 

Servo, prendi le tavole e i registri! 

Madre, osservali. Tuo figlio ti prega. 

Cornelia e Appio s'inchi- 
nano a psaminare. Corne- 
lia s' illumina di gioia. 

Oh come questa gioia mi rinfranca! 
Bene mi valse, adunque, esser cortese, 
se il volto di mia madre ora m'è reso. 

Cornelia. 

O Tiberio, non sono i documenti 
che placano il tumulto del mio petto. 
T'ho ascoltato e ti fissavo in volto. 
Non può mentire il tuo sguardo, o Tiberio! 
Ora andate al Senato: e senza indugi! 
Io resterò con Claudia: ma il mio cuore 
vive con te, come una sola vita, 
ti segue e benedice, come sempre! 



FANTINI, Tiberio Gracco. 



18 TIBERIO GRACCO 



SCENA QUARTA. 
Cornelia, Claudia 

Cornelia. 

Un'ombra mi opprimeva: ora è sparita! 

Claudia. 

Tu dubitavi, madre, dubitavi 
di Tiberio? 

Cornelia. 

Temevo: ed il timore 
sai che a volte è più aspro perché ingiusto. 
Sempre una madre teme per la gioia 
e per l'onor dei figli prediletti. 

Claudia. 

Ma Tiberio, da te sola educato, 

come avrebbe potuto gettar onta 

su la sua gente, sul tuo cuore, o madre? 

Cornelia. 

È troppo generoso: e un qualche tristo 
non manca mai che sappia anche travolgere 
un cuor bennato a' suoi scopi riposti. 



ATTO PRIMO, SCENA QUARTA l9 



Claudia. 
Cornelia, non vorrei che alcun sospetto 
tornasse vanamente ad oscurarti. 

Cornelia. 
Figlia mia, buona figlia d'Appio Claudio, 
la tua fede è un conforto anche per me: 
tu l'ami, lo rispetti: in lui ti esalti: 
sei tutta degna d'essergli consorte. 
Ti abbraccio: sono lieta esserti madre. 

Claudia. 
Oh, non credi che un sol momento, un solo, 
tu potevi apparir troppo severa 
non tanto agli occhi di Tiberio, quanto 
durissima a te stessa, a tutti noi? 

Cornelia. 
Sì, lo concedo: ma gli eccelsi esempii 
del padre, della gente, di Scipione 
non sono ombre solenni anche per me? 
Quanta invidia circonda il nostro nome! 
Non fu tentato pur sul padre mio 
gettare il fango? Roma è grande, e il plauso 
corona sempre il vincitor; ma Todio 
fa tresca con l'invidia, ed ogni gloria 
sa più di pianto che di riso al sole! 
Or quel Mancino console sonava 
sempre sinistro al cuore ed agli orecclii. 
Per qual ragione vaga? ma tu sai 
che il cuore d'una madre accoglie e sente 
l'ansia più heve del mistero, i mille 
fremiti della vita oltre le stesse 
apparenze.... 



20 TIBERIO GRACCO 



Claudia. 
Dimentichi tu forse 
che il nome dì Cornelia in tutta Roma 
incute reverenza? 

Cornelia. 
Una romana 
non è più degna del suo nome quando 
non comandi rispetto anche ai nemici. 
Ma sono madre io pur, come te, Claudia, 
e d'un orgoglio forse smisurato: 
io non vorrei che ancor fossi chiamata 
la figlia di Scipione l'Africano, 
ma la madre dei Gracchi ! 

Claudia. 

santo orgoglio l 



SCENA QUINTA. 

Labeno, Cornelia, Claudia 
e il piccolo Tiberio. 

Labeno entrando anelante. 

Pel console Mancino più nessuna 
speranza! 

Cornelia e Claudia insieme. 
Per Tiberio? 



ATTO PRIMO, SCENA QUINTA 21 



Labeno. 

Non temete! 
Il popolo, i soldati ad una voce 
l'acclamano: il Senato non potrebbe 
alzare mi dito. E ancor non ha parlato! 

Cornelia. 

Dicevi di Mancino... 

Labeno. 

Egli è spacciato: 
voglion che torni nudo ai Numantini 
e i nemici ne facciano ogni scempio. 
Ma per Tiberio nulla è da temere. 

Cornelia. 

Corri, Labeno, e non lasciar che troppo 
tempo si aspetti.... 

Labeno esce. 
Claudia un po' agitata. 
Che fare? 

Cornelia. 

Tu intendi 
ora la gravità del caso. E bene, 
la durezza degli animi, la forza 
del Senato saranno soddisfatte: 
e che Mancino sconti le sue colpe! 

Claudia. 

Nell'ansia, o madre, abbiam dimenticato 
di far l'offerta a' Lari. 



TIBERIO GRACCO 



Cornelia. 

È vero: presto 
o Claudia, prendi il piccolo Tiberio 
e preghiamo che i Lari tutelari 
non si sdegnino. È l'ora di pregare! 

Il piccolo Tiberio accorre fe- 
st'so all'invito della madre: 
riceve da lei le focacce e i 
fiori : compie il giro del- 
l'atrio, seguito da Cornelii, 
da Claudia, da' servi; indi, 
compunto, depone le offerte 
sul vano dell'edicola. La scena 
resta vuota qualche istante. 



SCENA SESTA. 
Tiberio e Ottavia. 

Tiberio 

nel varcare la soglia, 
volgendosi sorpreso. 

Ottavia qui? 

Ottavia. 

Permettimi un saluto! 

Non potei contenermi. Non volevo 

restar l'ultima a dirti la mia gioia! 

A un'amica fedel sarà permesso 

con la voce di tutti unir la sua. 

Non ti ho pensato indegno di te stesso 

solo un momento. Ma soffersi molto 



ATTO PRIMO, SCENA SESTA 



deiraccusa! Capivo che i nemici 
(e troppi ne hai nell'ombra) aveano ordito 
Tempia rete d'inganni: hanno paura 
di te, del tuo favor presso di tutti! 

Tiberio. 
E come sai? 

Ottavia. 
Tu credi ch'io non senta, 
ch'io non raccolga, e son quasi dieci anni, 
i minimi bisbigU? Ho soffocato 
in fondo al cuor l'amore e la speranza 
quando ti vidi sol rimesso al sacro 
volere di tua madre. E Claudia è buona 
consorte, degna della tua fiducia. 



sospira. 



Avrei dovuto con l'astuzia farmi 
valer presso Cornelia. Ma non seppi, 
come mai non saprò. Vivo nell'ombra 
e ognuno mi rispetta: che nessuno 
può togliere ad Ottavia di ammirarti, 
di vegUare per te, vivendo un sogno, 
un sogno sol, la tua grandezza e il bene 
del popolo per cui soffri e trionfi. 

Tiberio. 
Ottavia, mi commuovi: io non t'intesi 
mai così: mi riveU un'altra Ottavia 
di più alta bontà.... 

Ottavia. 
Forse credevi 
che gli anni, il mondo avessero potenza 
sopra un cuore devoto, sopra Ottavia? 



24 TIBERIO GRACCO 



Tiberio. 
Non dirlo, non pensarlo, amica buona! 
Credimi: tu che sai, che puoi con cuore 
forte e sereno dirti mia sorella! 

Ottavia. 
Oh come ti son grata: tu mi rendi 
tutta a me stessa e alla mia gioia. Gli anni? 
Che sono gh anni? Vento sopra il mare, 
nubi volanti. E il mondo"? È solo e tutto 
quel che soffriamo.... 

Tiberio. 
E che voghamo ! — Piangi? 

Ottavia con uno sforzo. 
Piango di gioia. Scusami. Altro bene 
m'è negato. Ed osai troppo, seguirti 
fili qui! Senti: altre turbe, ed altri amici! 
Roma ti acclama e ti reclama: sii 
grande per Roma. Io fug^o, mi richiudo 
neirombra della mia vigiha! 

Tiberio. 

Ottavia, 
sorella, grazie! Un cuor vigile è un dono 
veramente celeste: un alto bene 
che mi compensa dei sofferti mah, 
che mi afforza per quelU che verranno! 

Ottavia esce accortamente. 



ATTO PRIMO, SCENA SETTIMA 25 



SCENA SETTIMA. 

Blossio 

seguito da una larga tur- 
ba di amici e di popolo. 

O Tiberio, perchè così sottrarti 
agli amici, al tuo popolo? 

Tiberio. 

Volevo 
solo un istante salutar mia madre. 
Ma ti comprendo: io più non m'appartengo! 

Un popolano. 
Hai salvato un esercito: tu devi 
ora salvare il popolo di Roma! 

Un altro. 
Sii Tribuno del popolo, o Tiberio! 
Tiberio. 

10 son tutto per voi: tutto vi debbo. 
Combatterò per voi la guerra santa, 
che vi affranchi dai mali: eccomi a voi! 

VOCL 

11 Tribuno del popolo è Tiberio! 
Viva Tiberio, e il popolo di Roma! 



ATTO SECONDO. 



I. La Biblioteca di Scipione Emiliano, 
II. Il Comizio nel Foro. 




SGENA PRIMA. 
Claudia e Antistia. 



Claudia un poco ansante. 
Tu gli esponesti i casi: tu gli hai detto 
che Scipione non può non deve mai 
contrastare Tiberio?... È per l'onore 
della famiglia nostra, per la vita 
gloriosa di Roma.... 

Antistia. 

Con mal garbo 
egli mi porse orecchio. È tutto volto 
alla guerra di Spagna: e queste brighe 
del foro a lui sembrano paglie al vento.. 

Claudia. 
Ma potevi incalzarlo, insinuargli 
con dolcezza il pensier di nostra madre. 



30 TIBEEIO GBAOCO 



Commoverlo dovevi. Ora bisogna 
gli parli io stessa! 

Antistia. 

Claudia, egli ti prega 
di evitargli un dialogo penoso. 

Claudia. 
Come? Scipione me ricusa udire, 
me sua cognata, che dovrei pregarlo 
a nome di Cornelia? 

Antistia. 

Egli ti prega. 

Claudia. 
E non s'accorge che col suo riserbo 
(gli avversarli lo chiamano dissenso) 
egli dà forza all'odio di Nasica? 
Dunque, i dotti convegni in questa casa 
sono vane concioni? E i letterati 
e i filosofi greci e gli oratori 
i giuristi i pontefici non hanno 
più ragione ai consigli imperiosi 
per gli schiavi incalzanti, per la plebe 
che tumultua affamata, pel diritto 
che gl'Itahci chiedono a votare?... 

Antistia. 

Claudia, tu puoi credermi: con garbo 
tutto gU richiamai nella memoria. 
Sol mi rispose: E che? Cornelia sempre 
deve parlar pel figlio? EgU Tiberio, 
se mi vuole, qui venga ! 



ATTO SECONDO, PARTE PRIMA, SCENA SECONDA 31 



Claudia. 

Forse è meglio 
che fra loro s'Intendano i cognati. 
Tiberio sa essere dolce: oh voglia 
il cielo che la pace della casa 
renda la vita al popolo affamato I 



SCENA SECONDA. 

Entrano SCIPIONE, MUZIO, CRASSO, 
poi Marco Furio. 

Marco Furio 

che è entrato inosservato. 
Salve, Scipione! 

Scipione. 

E chi sei ini Che chiedi? 
Marco Furio. 
Sono mi flgUo del popolo, un amico 
di Tiberio, e non chiedo nulla al duce! 
Io precedo Tiberio e lo precedo 
per una sola inchiesta: ama Scipione 
il popolo di Roma? 

Scipione con benevola ironia. 
In qualche guerra 
fra TAfrica e la Spagna Fho mostrato! 

Marco Furio. 
Non ignoro i tuoi meriti di guerra 
e di gloria. Ma il popolo di Roma 



32 TIBERIO GRACCO 



soffre e non bastan guerre e sempre guerre 
a salvarlo. La plebe è senza pane: 
i contadini chiedono le terre 
da lavorare: l'ami dunque? 

Scipione jiazlente. 
L'amo. 
Marco Furio. 
E non ami Tiberio? 

Scipione ironico. 
Mi dicevi 
che una sola domanda avevi a farmi! 

Marco Furio incalzando. 
Tu non ami Tiberio? 

Scipione seccamente. 

È mio cognato I 
Marco Furio. 
Non basta: devi amarlo e sostenerlo! 

Scipione con gesto imperioso. 
Oh sentite costui che a dettar leggi 
viene a Scipione e nelle case! Via, 
demagogo vilissimo; già troppo 
sopportai la tua goffa tracotanza! 

Marco Furio 

ritraendosi con occhi furiosi. 

Non son quel demagogo che tu credi. 

Io sono un cittadino, e ti rispondo 

che tu non ami il popolo! 

Esce. 



ATTO SECONDO, PARTE HltlifA, SCENA TERZA 83 



SCENA TERZA. 
Entra TIBERIO. 

Scipione. 

Tiberio, 



t'aspettavo ! 



Tiberio. 
Non credo aver tardato! 
Scipione. 
Io potrei veramente dubitarne! 
Tiberio. 

Non ti comprendo: parli oscuro: sembri 
agitato, adirato. Perché mai? 

Scipione con gesto largo. 
Ben è ti chieda subito, se vieni 
come cognato o sol come Tribuno! 

Tiberio. 
Più che parente, io vengo ad onorare 
il gran duce che in Libia m'addestrò 
nell'armi e mi condusse alla vittoria! 

Scipione. 
Sei scaltro, non dimentichi un momento 
d'essere un orator che sa piacere: 
or ora con gli amici si notava 

FINTINI, Tiberio Gracco. S 



34 TIBERIO GRACCO 



Che nell'arte del dire ti riveli 

già provetto maestro, e non concedi 

ad esotici gusti male intesi. 

Tiberio. 

Tu mi lusinghi: ma non so tacerti 
che godo de' miei studii se ho potuto 
solo in grazia del nostro puro idioma 
vedere il duce mio rasserenato! 

Scipione. 

Non creder molto alle apparenze. Certo 
non puoi pensare ch'io ti approvi e lodi 
l'ultime violenze: e i tempii chiusi 
e gh uffici sospesi.... 

Tiberio. 

E pure lo sono 
un tuo seguace e ammirator devoto! 
In guerra m'insegnasti sempre fìssi 
aver gh occhi al nemico, e pronti gli atti 
a raggiunger lo scopo. Or nel comizio 
non si combatte meno che sul campo! 
Non sempre i corpi cadono: ma i cuori 
son trafitti più spesso! Alto è il mio scopo 
e non temo nemici e soste e insidie: 
e vincerò, lo sento : perché giusta 
è la causa, perché maturo è il tempo 
che la causa del popol sìa difesa 
da un tribuno del popolo che intenda 
il suo dovere ed il voler concorde 
di chi lo elesse.... 



ATTO SECONDO, PARTE PRIMA, SCENA TBR25A 35 

Scipione. 

Chiamali concordi 
i faziosi tuoi pronti a mestare 
nei tumulti, a sconvolgere le sante 
norme dei padri nostri.... 

Tiberio. 

Io son venuto 
lealmente, o Scipione, ad invocare 
il tuo suffragio, non giudizìi amari 
su amici miei che soffrono.... 

Scipione. 

Non nego; 
ma ne conosco gli animi e i costumi: 
e pur ora qualcuno qui credeva 
che non ti ricordassi.... 

Tiberio. 

Marco Furio, 
comprendo, era venuto a tediarti: 
e quando l'incontrai, mi parve o fìnse 
non ravvisarmi. Oh non avrai pensato 

ch'io.... 

Scipione. 

Li conosco! Vengono costoro 
da sé, son messaggeri di sé stessi: 
scudo si fanno d'un'alta amicizia, 
e già s'innalzan su gli amici stessi! 

Tiberio. 
Lo deploro: ma forse il desiderio, 
anclie confuso di far bene, toglie 
il sentimento a volte del rispetto! 



36 TIBERIO GRAOOO 



Scipione. 
Tiberio, tu enunci la sentenza: 
il troppo ardore offusca ogni rispetto 
e tu cieco ti fai. 



Tiberio. 
Ma per salvare 
la vita dello Stato io non son cieco! 

Scipione. 
Cieco sei che non segui la via retta. 

Tiberio. 
Un prevaricator dunque io sarei, 
io figlio senza macchie di Sempronio, 
del console che amò la legge e il popolo? 

Scipione. 
Oh non parlar da retore: gli autori 
siamo e restiamo noi degli atti nostri. 
Tu non vuol riconoscere che preda 
sei di vili fanatici intriganti... 

Tiberio. 
Dubiti, forse, della mia virtù? 

Scipione. 
Non dico. Chi s'innalza su la legge 
è già contro la legge. 

Tiberio. 

Non vi ha legge 
da rispettar se più non giova al bene 
di tutti: ed ora altro è il conflitto nostro. 
Il Senato e il Tribuno stanno a fronte 



ATTO SECONDO, PARTE PRIMA, SCENA TERZA 37 

e nel Senato molti son che in fondo 
approvan la mia legge come te, 
Scipione, e non sostengono il Tribuno. 
Questo equivoco è bene si risolva 
pel rispetto di tutti e dello Stato: 
una parola tua valga a salvare 
e l'ossequio al Senato e la mia legge! 

Scipione. 
Troppo m'innalzi, e troppo anche presumi, 
se intendere tu credi il mio pensiero 
per la salute pubbhca anche meglio 
di me stesso: or le sorti di Numanzia 
reclamano la mia prudenza e, spero, 
11 mio valore. 

Tiberio. 
Ed altro non aggiungi? 
Bada, potrai pentirti. E ti dorrà 
ch'io conquisti il primato di saggezza I 

Scipione. 
Te lo concedo già: tanto son certo 
che presto tu sarai primo a pentirtene, 
o allucinato! 

Tiberio. 
Ma, Scipione, pensa! 
Il comizio è imminente: e sai che Ottavio, 
l'amico mio più fido in ogni lotta, 
è stato raggirato da Nasica, 
che m'odia e cerca sol la mia rulna. 
Pensa che il motto solo del divieto 
può recidere un sogno di giustizia. 



38 TIBERIO GRACCO 



E sarebbe inumano. Né tu puoi 
consentirlo.... 

Scipione. 
Ti dissi quel che debbo: 
salvar Numanzia. 

Tiberio. 

Allora apertamente 
ti schieri per Nasica? E tu non l'ami 
il console ampolloso che si spaccia 
già pontefice massimo.... 

Scipione. 

Ho parlato ! 

Tiberio 

volgendosi agli amici e re- 
primendo un moto di sdegno. 

Tu pure, Muzio, ora tentenni il capo! 
A te, fine giurista, ora la legge, 
la più giusta più sacra e necessaria 
(sono le tue parole) appare un'altra? 

Muzio ravvolgendosi. 

Io non muto pareri come pensi. 
Dico la legge è buona: ma non buoni 
sono gli uomini e i tempi. Io mi richiamo 
alla prudenza altissima di Lucio 
che tutto rinviò per altre aurore. 

Tiberio. 
Ma un mese fa parevi insofferente: 
sentivi pur che il tempo era maturo. 



ATTO SECONDO, PAETE PRIMA, SCENA TERZA 39 

Muzio. 
Certo ci gioverà che questa guerra 
numantina si compia: una vittoria 
piena e solenne gli animi rafferma 
e placa i turbolenti. Anche la sozza 
avarizia dei ricchi può mutarsi 
in consigli più equi. 

Tiberio scorato. 

SI, la guerra 
potrà durar un mese! E può durarne 
dieci. Muzio, tu svii: troppo tu cedi 
più all'amico che alla verità.... 
E tu, Grasso Pontefice, hai cessato 
di stravolgere al ciel gli occhi compunti! 
Hai visto in Giove un'altra pioggia d'oro? 

Grasso. 
buon Tiberio, il tuo sarcasmo è stolto! 

Tiberio. 
Ha parlato Scipione: ecco il tuo Giove! 

Crasso. 
Ministro di pietà, come potrei 
giovare ai tuoi disegni, quando inizii 
l'opera che tu dici della pace, 
chiudendo con la forza un sacro tempio? 

Tiberio. 
Eravate tropp'usi a rigirare 
il magistrato popolar secondo 
più convenisse per servile omaggio 
al Senato! Io mi avvalsi del mio dritto. 



40 TIBERIO GRACCO 



Grasso. 
E tu procedi. Ma ricorda i segni 
evidenti del GieP a tuo sfavore. 

Tiberio. 
Quali segni del Cielo? Appio, mio padre 
e Pontefice massimo, era certo 
che tutti convenissero gli augurii 
in mio favore! E tu lo neghi? E a chi 
noi dovremo più credere, se due 
pontefici non leggono egualmente 
nei misteri di Roma? 

Grasso. 

Io non ti dissi 
degli auspici! recenti. Io ti volevo 
ricordar quante volte fu pensato 
ad una legge agraria e quante volte 
Roma ne fu sconvolta, e insanguinata.... 

Tiberio. 
Io rispetto gU Dei quanto la legge, 
che un fatidico nume ora m'inspira 
di perseguire e imporre. Sarò solo: 
e vincerò: questa vittoria è degna 
d'essere tutta mia, del mio buon nume! 

Esce come ispirato. 




SCENA PRIMA. 

Tiberio, un Centurione, 
UN Popolano. 



Centurione. 

buon Tribuno, tu mi riconosci! 
Sono Spurio Sabino, centurione 
già quattro volte*, guarda i miei capelli 
e ti diranno gli anni e le campagne. 
A che m'è valso meritar sei volte 
la civica corona e per tre volte 
offrirmi volontario in Grecia e Spagna? 

Tiberio. 

Con mio padre pugnasti nelle Spagne? 



42 TIBERIO GRACCO 



Centurione. 
Lo dici: e fu campagna gloriosa. 
Vedi? Meglio che i doni e le corone 
parlan le cicatrici sul mio petto. 
Invecchio : più non reggo alle fatiche. 
È più duro stentar la vita quando 
si è vissuto alla guerra per trentanni I 
Aiutami, Tribuno! 

Un popolano. 
Dice il vero: 
e non parla per sé, parla per tanti 
compagni senz'aiuti di famigUa. 
Sperduti ne'tugurii, derelitti 
siamo anche noi, premuti dallo spettro 
della fame.... Si vive alla giornata, 
quando si vive! 

Tiberio. 
Avete ben veduto 
come fu pronta l'elargizione: 
abbiate fede ed altro vi prometto 
soccorso meno breve. 

Un popolano. 

Tu sei buono, 
come sei grande. Aiutaci, Tiberio. 

Tiberio. 
Chi ha fede in me non sarà mai deluso! 



ATTO SECONDO, PARTE SECONDA, SCENA SECONDA 43 



SCENA SECONDA. 
Tiberio, Tito Annio. 

Annio. 
Respingi questa turba di pezzenti. 

Tiberio. 
Io sono nel Comizio e non respingo 
nessuno per disprezzo che tu n'abbia! 

Annio. 
Ho un ultimo messaggio degli amici. 
Pretore, edile, console: che ambisci 
di più? T'offre il Senato ogni favore. 
Rinunzia oggi al Comizio e alla tua legge! 

Tiberio. 
Grazie. Dunque il Senato scende a patti?! 
E per tanto onorevole messaggio 
mi traevi in disparte? 

Annio. 

Pel Senato 
ho parlato e pei nostri. Ora provvedi. 

Tiberio. 

Tu provvedi a fuggire, se non vuoi 

ti denunzii sul posto, anima vile! 

Annio si dilegua tra la fol- 
la. Tiberio, subito ricompo- 
sto, va incontro ad Ottavio. 



44 TIBBBIO GEAOCO 



SCENA TERZA. 



Tiberio, Ottavio, il Popolo. 



Tiberio 

prima di salire rarringo. 

Io vedo anc'oggi la tua faccia oscura, 
Ottavio! Se ragioni di giustizia 
non possono tornare a illuminarla, 
ti prego non discutere, ma solo 
accogli le proposte di un amico, 
in cui, non è gran tempo, tu nutrivi 
fiducia e affetto come in un fratello. 

Ottavio. 
Tu cerchi di commuovermi, ma invano. 
Se la mia faccia pare anc'oggi oscura, 
solo un pensi er l'adombra, la salvezza 
del popolo.... 

Tiberio. 
Per te, come per gli altri, 
io son, dunque, un nemico? cittadini, 

sale l'arringo, 
udite la novissima finzione. 
Chi cerca a voi di render qualche bene 
è chiamato del popolo nemico! 
E chi mi volle qui su quest'arringo? 
Per chi le logge, i muri, i monumenti 



ATTO SECONDO, PABTB SECONDA, SCENA TERZA 45 

faron coperti di saluti^ e augurii 
incessanti, perché sorgessi alfine 
vero tribuno della plebe oppressa"? 
Io parlo qui per vostra bocca: i vostri 
mali sono i miei mali! Io non distinguo, 
io più non vedo innanzi a me fratelli 
antichi o nuovi. Io sono vostro eguale 
e chi mi offende offende il vostro dritto. 

Ottavio. 
Troppo trascorri! Una privata offesa 
alla tua vanità non suona offesa 
ai diritti del popolo! La legge 
che tu propugni non è nuova: è noto 
che Licinio Stolone la promosse. 
Ma le speranze furono deluse: 
e non sono pochi anni Gaio Lelio, 
il console sapiente, non attese 
a rinviarla che in tumulti e Uti 
il cittadino sangue si spargesse! 
Or tu non crederai dirti più saggio 
dei Licinii e dei Lelii.... 

Tiberio. 

Sotto l'ombra 
dei grandi nomi mal nascondi, amico, 
il cuore tentennante. Alla tua parte 
io ti vedrei più caro se affermassi 
a voce chiara e senza ambagi il fine 
e l'interesse delle tue difese.... 
Hai ceduto agh inviti dei patrizii? 
Ed or sei fatto in mano loro un vano 
oracolo di sordida avarizia! 



46 TIBERIO GRACCO 



Quali ragioni adduci? nomi e nomi! 

E chi t'accerta che i Licinii e i Lelil 

alla buona sapienza ebbero eguale 

il coraggio civile? Or bene è tempo 

che il nome di Romano più non sia 

quello di un mercenario, o d'un cliente 

pronto a vendere il suo voto, accattando 

pane e feste dai ricchi; ma d'un uomo 

che goda col suo hbero lavoro 

l'offerte naturali della terra. 

Voi mi direste un vile, se ora osassi 

per vie nascoste di persuadervi 

a cessar dalla guerra. La mia gente 

è la storia di Roma fatta grande: 

e Roma non espande il suo dominio 

che a gran prezzo di sangue. Or dalla guerra 

ritorno io stesso, e dico: l'ora incalza 

che la nostra repubblica provveda 

a chi per essa dà vita ed averi. 

Senza le lunghe tappe imposte a noi 

dalla stagione iniqua, io non potrei 

qui ridirvi lo strazio e il lutto immenso 

in cui la bella terra italiana 

pare sommersa. Pascoh infiniti, 

e piantagioni squallide, e di schiavi 

una turba pietosa: ove ogni zolla, 

ogni campo presidio era e alimento 

a un contadino hbero ! " Oh l' Itaha 

più generosa ed ospitai mi sembra 

alle bestie che non ai figli suoi. 

Sempre le bestie trovano un rifugio 

ne' loro antri. Ma qual sicuro asilo 



ATTO SKCONDO PARTE SECONDA SCENA TERZA 47 

aspetta a sera il reduce soldato? 
Mentono 1 comandanti che l'esortano 
a difendere l'are degli Dei 
e le tombe degli avi. Quale tomba 
o qual ara gli resta, se di terra 
in terra egli è costretto a trascinarsi 
con la moglie e co' figli? Egli ha dovuto 
lunghi stenti soffrir, in campo aperto 
sfidar la morte non per la grandezza 
della sua patria, ma per l'avarizia 
spietata di pochissimi! E chiamato 
è signore del mondo, ei che non ha 
pur una zolla propria e per compenso 
al rischio della vita e alle ferite 
gode Paria, la luce e le intemperie ! „ 

Voci fra i soldati. 
È vero, è vero: vogliono si muoia 
sempre o di ferite o di miseria! 

Voci fra i popolani. 

E tu dicevi che avrebbe parlato 
solo per voi? 

Voci fra i soldati. 
Solo per noi! Per tutti 
gh oppressi parla. Vedilo, è commosso, 
è più bello, egli sente quel che dice! 

Voci dall'altra parte. 

Parli Ottavio! Vogliamo Ottavio! Presto 
difendici da queste accuse ingiuste! 

Ottavio fa Un cenno 
vago di attendere. 



4S TIBERIO GRACCO 



, Tiberio riprendendo. 

Bene: per la salvezza degli oppressi 
ecco la legge che vi ripropongo. 

Verso Ottavio. 

È quella, in fondo, che il tuo gran Licinio 
dehneava: Cinquecento jugeri 
ognuno abbia per sé: l'erario paghi 
il prezzo delle terre anche usurpate 
che sian divise ai poveri! — Ti opponi? 
Chi mai potrà lagnarsi? 1 ricchi avranno 
pieni i loro forzieri dell'argento 
equivalente. Presto ai voti, presto! 
Ottavio, tu tentenni? Eviti ancora 
di riguardarmi? Ma chi può tenerti 
ancora in questa pena di silenzio? 
Forse tu stesso temi pei tuoi beni? 
Già te lo dissi e innanzi a tutti ancora 
ti rinnovo la mia proposta. L'asse 
ereditario mio, certo non pingue, 
mi basterà lo stesso, ove diviso 



resti con te.... 



Ottavio appare evidentemen- 
te commosso. Le voci : ai voti, 
ai voti, s'incrociano, s'incal- 
zano. Gli avversari!, minac- 
ciosi verso Ottavio che li 
guarda muto, fanno forza 
contro le urne. Un istante di 
stupore : e i patrizii se ne val- 
gono per asportare le urne. 



Tiberio minaccioso. 

Vedete, o cittadini, 
io lascio a voi di giudicar l'iniqua 



ATTO SECONDO, PABTE SECONDA, SCENA TERZA 49 

azione che calpesta ogm diritto, 
e dei forti e dei miseri! 

Voci fra i patrizii. 

Tu primo 
ce ne offristi l'esempio! — Chi ha sospeso 
con inaudito editto ogni funzione 
di magistrato? — Il tempio di Saturno 
da chi fu chiuso e suggellato? — Ah taci! 
E bene valga arbitrio per arbitrio: 
la legge tua non sarà mai votata! 

TmERio. 
Io non commisi arbitrio, ma mi avvalsi 
degli estremi diritti a me concessi! 
Ma Ottavio vuol parlare ! Io taccio ! 

Una pausa. 

Ottavio. 

padri, 
o cittadini, io qui restar non posso 
spettatore di gesta di follia. 
Su, costringete i torbidi cHenti 
a riportar le sacre urne: il comizio 
deciderà. Né io son dissennato 
ancora che all'offerta di un compenso 
pieghi il mio cuore. Giove mi protegge: 
la repubblica è ancor salva: mi oppongo! 

Tiberio 

che avrebbe voluto arr«- 
stare il gesto di Ottavio. 

Anch'io vi lodo: anch'io vi applaudo, o servi. 
Che temevate? Che Tiberio avesse 

FANTINI, Tiberio Gracco. 4 



50 TIBERIO GRACCO 



vinto il cuore magnanimo di Ottavio? 
Con Turne e senza l'urne Ottavio è saldo! 
Io ne ammiro il carattere: le parche 
parole e l'immutabil gesto. — Oh salve, 
tu che vedi lontano nei destini 
del popolo che a te si è confidato! 
Salve tu che non sai che opporre al bene 
di tutti il mal di pochi! — Ma se guerra 
deve essere tra noi, ben è si sappia 
tutta la verità dei miei pensieri. 
Via dall'animo mio condiscendenze 
e preghiere ed istanze! Io mi vergogno 
di aver dovuto già pregarlo, un uomo 
che non è degno pur d'essere udito. 

Rumori. 

Non vi agitate invano, non levate 
le voci ancora: uditemi alla fine! 
Io per la terza volta ripropongo 
la legge, ma purissima e assoluta: 
nessun compenso per gh usurpatori, 
nessun indugio per l'esecuzione! 

Acclamazioni entusiastiche. 

Ottavio. 
Mi oppongo! 

Tiberio. 
Ch'ei si opponga o non opponga, 
io mi rivolgo a te, popolo intento: 
in chi riponi intera la tua fede? 
Tempo è di fare e non di sciocchi giochi. 
Se eguali per diritto e dignità 
sono i tribuni, il popolo sentenzii 



ATTO SECONDO, PABTE SECONDA. SCENA TERZA 51 



chi veramente è il suo tribuno. Io primo 
sono disposto ad abdicare, e Ottavio 
ordini che si voti qual di noi 
debba lasciar l'inutile mandato! 

Ottavio. 

Ma questa è violenza, e non proposta! 

Non potrò mai concedere a siffatte 

insanie: anzi non resto! 

Vorrebbe discende- 
re, ma è trattenuto. 

Tiberio. 

Oh della legge 
se' si fervido memore: e di già 
come sdegnato parti? E può partire 
il tribuno che non ha convocato 
primo 11 comizio? 

Ottavio resta come inchio- 
dato al suo posto : intanto 
si distribuiscono le schede 
per le votazioni: il po- 
polo è in gran fermento. 

Voci. 

SI, deve restare! — 
Oh fortunati noi! Tiberio è il vero 
difensore del popolo! — Egli solo 
può bastare per tutti. — È giunta l'ora 
che in faccia dei patrizii noi possiamo 
levar la fronte. — Che tardate? — Ai voti! 
Ottavio è contro noi: sta col Senato! — 
Noi siamo tutti per Tiberio, tutti! — 
La vendetta è giustizia: abbasso Ottavio! — 



52 TIBERIO QRIOCO 



Tiberio 

che ha sentito le parole 
ultime di un popolano. 

Chi parla di vendetta è un mentecatto, 
chi parla di vendetta non conosce 

e non ama Tiberio! 

Il popolano si ritrae come 
confuso: intanto si sente la 
proclamazione delle prime 
17 tribù, tutte favorevoli a 
Tiberio : questi è turbato. 

Voci. 

Ancóra un voto, 
un solo! — Presto, sia deposto Ottavio! 
Viva Tiberio! — Ottavio è un traditore! 

Tiberio 

commosso, impo- 
ne di attendere. 

No, non ancóra! — Ottavio, mio fratello: 

tu non ascolti? Il popolo mi acclama! 

Son turbato, commosso! È forte il passo 

a cui tu mi costringi! Ascolta, Ottavio, 

ancora la sentenza non è detta. 

Non è giusto, non è bello ch'io sia 

primo a sancire questo voto. Io sento 

che per la patria ho consacrato tutto. 

Ma mi è grave pensar che non ricordi 

la nostra così fervida amicizia, 

gli studii e i giochi dell'adolescenza! 

Tu devi ricordar come mio padre 

t'amava, anzi t'aveva per figliolo! 

Va verso di lui, commos- 
so e quasi implorando. 



ATTO SECONDO, PAKTE SECONDA, SCENA TERZA 63 

Ottavio yclgendosi altrove. 
Tu menti ancóra! Io tuo fratello, mal! 

Tiberio duramente. 
cittadini, procedete! È forza, 
è forza che si compia il passo estremo. 
Quegli che m'era amico, anzi fratello, 
non ascolta, non guarda suo fratello! 
Par come dissennato. Ma io non posso 
attender oltre il suo risveglio. Il tempo 
del tribunato è breve; d'ogni parte 
insidie ci son tese senza finel 
La legge si proclami: tutti avrete 
la vostra terra e il vostro tetto. E Giove 
santifichi il diritto delle gentil 

La votazione è proclamata 
col grido unanime di Tibe- 
rio. Questi fa un cenno 
a'suoi familiari, che si acco- 
stano ad Ottavio e lo forzano 
a discendere dall' arringo. 

Un popolano. 
Ora si, deve scendere per forza. 

Il centurione. 
Hai profanato la tribuna! Abbasso! 

Ottavio 

tentando invano di opponi. 

Che nessuno mi tocchi I 

Un popolano. 

Traditore ! 

Tutti gli sono addos- 
10 : Tiberio 8' inUrpont. 



64 TIBERIO GRACCO 



Voci. 

Lasciatelo, lasciatelo: che vada 

a purgarsi in Senato! — Abbasso, Ottavio! 

Viva Tiberio e la sua legge agraria! — 

Viva Tiberio, l'unico tribuno, 

il vero difensore degli oppressi! — 



ATTO TERZO, 



Nella casa degli OttaviL 




SGENA PRIMA. 

T T A V I O;; e S E R V O. 



Ottavio. 

Tu mi guardi, fanciullo, e non rispondi! 
Obbedisti? 

Servo. 
Obbedii, ma.... 

Ottavio. 

Non comprendo 
se taci! 

Servo. 
Ottavia non rispose nulla! 
Ottavio. 
È pronta ed abbigliata? 



58 TIHERIO GRACCO 



Servo. 

SI, m'è parso 
parlava alla nutrice: non si volse. 

Ottavio. 
Ella vuole irritarmi, si ribella 
con vane smorfie I Va, ripeti ! 

Servo. 

Vado! 



SCENA SECONDA. 
Ottavio, poi Ottavia. 

Ottavio. 
Quella sciocca nutrice la seconda: 
e troppo le spiegai che Ottavia deve 
essere lieta: e se non può che finga 
pel suo decoro! Se cedessi un solo 
Istante a queste donne, io diverrei 
zimbello, esautorato anche in mia casa! 
Io, tribuno deposto! Il tempo fugge 
e più mi scava l'onta dell'offesa 
novissima per Roma. Fui deposto 
e debbo essergli grato della vita! 
Senza il gesto di lui, forse la turba 
avrebbe osato ancor. Ne fremo tutto: 
la vergogna mi soffoca; e pur sento 
ch'io la volli comprar', e mi ribello 



ATTO TERZO, SCENA SECX)NDA 59 

che il nome mio suoni ludibrio in bocca 
della plebe più vile! Egli potrebbe 
ancora peggio contro me scagliarla! 
Prudenza! Frena, o cuor, gl'impeti amari: 
e Tiberio vedrà chi sia più forte. 

Ottavia appare. 

Finalmente! Ricordi i tuoi doveri 
per Tonor della casa! 

Ottavia. 

Tu mi vedi 
come hai voluto che mi ornassi I 

Ottavio. 

Vedo: 
ma gli occhi tuoi mi dicono altrimenti. 
E sospiri e t'indugi. Questa cena 
disposi sontuosa pel rispetto 
degli ospiti: Nasica, Annio, Metello 
non tarderanno. 

Ottavia. 

E sieno i benvenuti 
i tuoi novelli amici! 

Ottavio. 
L' ironia 
sul tuo labbro mi duol come un'offesa. 

Ottavia. 
Molto tu senti più ch'io non esprima! 
Se tu mi fossi ancor vero fratello.... 

Ottavio. 
E che son forse divenuto! 



TIBBBIO GRACCO 



Ottavia. 

Intendi 
quello che io dico: se tu fossi ancóra 
l'Ottavio dilettissimo dei giorni 
migliori, tu mi avresti risparmiata 
questa cena penosa. Annio, Metello, 
il gran Nasica, non mi son cortesi.... 

Ottavio. 
Tu farnetichi, tu li accusi a torto! 
Ottavia. 

Forse m'odiano: son l'ombre di Tullia, 

fatta di balzo amica tua; ma Tullia 

mi detesta, lo sai, perchè non volli 

mai piegarmi ai suoi piedi, e anche per altro.... 

chó sua rivale mi temeva un tempo! 

Ottavio. 

Ti facevo più saggia e meno incline 
a ripicchi di vane gelosie! 

Ottavia. 

Sono saggia e distinguo amici e amici. 
Questa cena ti fu da Tullia impostai 
Puoi negarlo? 

Ottavio. 

Non son Tullie né Ottavie 
che a me possano imporre.... 

Ottavia. 

Troppe lustrai 
SI, l*anfore di Gécubo e Falerno 



ATTO TEBZO. SOKNA SECONDA 61 



sono dissuggellate. Ed^ hai di fiori 
i triclinii profusi. Ma non posso 
considerarli a lungo. Ne ho vergogna 
per tei 

Ottavio. 

Taci, insolente, se non vuoi.... 

Ottavia. 

Lascia che io parli: lascia che si sciolga 
il groppo che mi strozza. In questa casa 
noi ci evitiamo: io sono divenuta 
un'estrana per te, quasi a me stessa! 

Ottavio. 

Tu vedi il mondo che mi crolla intorno, 
e insolentisci e appunti la perfidia . 
a scoprir le ferite sanguinanti! 

Ottavia. 

Eri leale un tempo, eri coi giusti 
amici fidi per la causa bella 
dell'equità: non eri mai sconvolto, 
non ti orpellavi mai di pompe insulse! 

Ottavio. 

Taci, non puoi comprendere che sete 
aspra d'onori m'arda nelle vene! 

Ottavia. 

E però ti lasciasti subornare, 
raggirare, invischiare: e ti avvihsti! 



TIBERIO GBl^OOO 



Ottavio. 

Invano tu mi provochi e mi offendi! 
Io saprò ben dal cuore sradicarti 
cotesta empia gramigna. Ora comprendi 
i tuoi doveri e che nessuno scorga 
dei convitati illustri il tuo mal animo. 

Ottavia. 
Io sarò come vuoi, finché vi regga! 

Ottavio. 
Aggiungi una minaccia? 

Ottavia. 

Io non minaccio; 
parlo a me stessa! 

Ottavio. 

Orsù, fanciulli, 
versate i vini : e sien colmi i crateri : 
e sfogliate le rose: e disponete 
le corone di mirto su la mensa. 

Entra un SERVO. 
Credo giunga qualcuno. 

Ottavio. 

Io vado incontro. 



ATTO TBRZO, SCHNA TERZA '63 



SCENA TERZA. 
Ottavia e Servo. 

Ottavia 

con soilecitudine trepidante. 

Ho tentato commuoverlo, ma invano: 
mi è penoso inviarti: ma bisogna 
che pel bene di tutti.... 

Servo. 

E tu comanda! 

Ottavia. 

Questo messaggio è per Tiberio Gracco ! 
Glie l'abbia in tutti i modi. A te mi affido. 

n servo esce. 

E debbo ora sedere a questa mensa 
sinistra orrenda, come un'ara immonda! 

Si allontana. 



64 TIBBRTO QRAOOO 



SCENA QUARTA. 

Ottavio, Quinto Metello, 
Tito Annio. 



Ottavio. 
Salute, amici! 

Metello. 

Salve, Ottavio! 

Annio. 

Salve! 
Ottavio. 

Io vi attendevo con Nasica! Tarda? 
Io sono qui come un recluso: voci 
sempre nuove e sinistre d'ogni parte 
m'Incalzano, e mi gettano in angoscia. 
Ma Nasica, che indugia? 

Metello. 

Egli ci segue. 
Oh purtroppo indugiar non ha potuto 
a lasciar le legioni.... 

Ottavio. 

E si è difeso? 



ATTO TERZO, SCENA QUARTA 65 

Metello. 

Non mette conto pur di rilevarlo. 
Quando fu eletto console, nel rito 
incorse un lieve error: quindi bisogna 
trar di nuovo gli auspicii: ecco il trastullo 
che il gran tribuno afferma alta giustizia! 

Annio. 

Per ben altro ei dovè lasciar le Spagne. 

Metello. 

Sì, fa dispetti, gioca di soprusi: 

come un fanciullo frigna e scalcia al vento. 

Ottavio. 

Chiamatelo fanciullo ora che ha imposto 
il ritorno di un console! 

Annio. 

È un fanciullo 
malsano come il popolo cui serve: 
Nasica è furibondo! Ora ha compreso 
che non vale combatterlo di fronte: 
come un fanciullo va giocato: e prima 
messo in ludibrio e poi con le sue mani 
stesse schiacciato! 

Ottavio. 

Bene! E se ci sfugge? 

Metello. 

Sfuggire? A noi? Ma tu che sempre temi, 
infemminito sei? 

PÀKTiNi, TibeHo Gracco. 5 



66 TIBERIO GRACCO 



Annio. 
La saggia Ottavia 
non cessa d'assalire il buon fratello! 

Metello. 
E tu sciocco l'ascolti? Ottavia parla 
in odio a noi; non ci conosce e accusa 
noi della tua disgrazia.... 

Ottavio. 

Non lo disse. 

Metello. 
Ma lo pensa. 

Ottavio. 
E per questo? 

Metello. 

L'onor nostro 
è legato col tuo per sempre, Ottavio. 
Ha uno spirito solo, e un solo nome: 
vendetta! 

Ottavio. 

E quale? 

Metello. 
Alla suprema ingiuria 
non resta alcun mezzo di scelta! 

Annio. 

Morte ! 

Ottavio. 
Mi fate inorridire. Voi pensate 
che già tanto si possa? 



ATTO TERZO, SCENA QUARTA 67 

Metello. 

Ecco, noi siamo 
pronti a sfidar per te anche la morte, 
e tu ti fai pietoso! 

Annio. 
Tua sorella 
ha ragione su te! 

Ottavio. 

Voi trasognate: 
io le impongo rispetto! 

Annio. 

E bene? 
Ottavio. 

E bene, 
il disegno mi par da meditarsi: 
è tremendo: potrebbe esser fallace! 

Metello. 
Noi lo farem sicuro. 

Ottavio. 

Egli dispone 
di tutta Roma! 

Metello. 
È l'ora sua: ma breve! 
Si crede onnipotente: e bamboleggia 
di stoltezza in stoltezza: un rude sgherro, 
quel Muoio, occupa il posto di tribuno, 
di un Ottavio! 



68 TIBERIO GRACCO 



Ottavio. 
Lo volle in mio disprezzo! 

Annio. 

Illuso! Soffocar la tua memoria 
così? 

Metello. 
Ma non gli basta: ora sì elegge 
per compagni alle terre da dividere 
i congiunti: Appio, un veglio tentennante 
e un giovanetto imberbe, suo fratello : 
per troneggiare equanime ministro, 
come in famiglia! 

Annio. 

Ed è questa, giustizia? 
Ottavio. 
È una soperchi eria ! Pure il Senato 
concede il padiglione, ove i tribuni 
dividano le terre.... 

Metello. 

Il primo gioco 
di Nasica ora è noto. Sono iscritti 
nell'erario per una tanta impresa 
venti assi soli! 



Ottavio. 
È proprio vero? 

Annio. 

È certo! 



ATTO TERZO, SCENA QUARTA 69 



Ottavio. 

Argutissimo il colpo! 

Metello. 

Da maestro! 
Ora sorrida pur: ma spenda il suo. 
E rifletti che fuori delle mura 
non potrà sempre trascinarsi a' fianchi 
turbe da pascer di lusinghe. Vada 
a Preneste, ove voglia: inizii pure 
il magistrato suo nobile e santo. 
Col vilipendio l'annichileremo. 
V'è Dromi o, il pedagogo di Nasica, 
scaltrissimo inventore di cavilli, 
sobillatore, eccitatore, un greco! 
Per sé stesso il negozio è oscuro, attorto 
d'intrichi secolari. E le pastoie 
si accresceranno! 

Annio. 

Aggiungi le proteste! 
E poi, desto il vespaio, chi sa dirti 
ove alcun de' frodati e degh offesi 
possa arrestarsi? A vendicarci tutti 
un'arma ignota apparirà d'incanto. 

Metello. 

Tu non ci ascolti! Dove guardi? Ancóra 
tu tentenni, tu dubiti di noi? 
Ora che la vendetta ti assicura 
lauri di onori e fior di voluttà? 



70 TIBERIO GRACCO 



Ottavio. 
Io penso che Nasica indugia troppo! 

Metello. 

Se indugia è per prudenza. Innanzi notte 
orde briache scorrazzano l'Urbe. 
E forse Tullia egli vorrà condurti I 

Ottavio. 

Tullia verrebbe qui? non senza rischi! 
Ma al tribuno del mondo più non basta 
tenermi in casa come un relegato 
di giorno: anche di notte egli c'insidia.... 

Annio. 
Insidia sempre! 

Metello. 

Vuol su tutti e sempre 
dominare ! 

Ottavio riacceso. 

E dimentica che seppi 
solo col gesto mio restargh a fronte! 

Annio. 

E a fronte devi ancora e puoi mostrarti! 

Metello. 

Cosi, cosi noi ti voghamo ardente 
a vendicare il tuo decoro, ardente 
ad ambire, ambir sempre! 



ATTO TEEIZO, SCENA QUINTA 71 



Annio. 

Quegli è un verme 
che va schiacciato. 

Ottavio. 
Io debbo vendicarmi! 



SCENA QUINTA. 
Tullia, Nasica, Ottavia. 

Ottavio. 

Non ti nascondo che da qualche istante 
mi turbava il timore.... 

Nasica accompagnando TuUia. 

Mal fondato 
se di tanto compenso s'incorona! 
Credi: non fu facile impresa indurla! 

Ottavio. 

Ospite bella, questa soglia è santa 
poi che tu la varcasti. 

Tullia. 

Sei squisito 
ma temo troppo ornato.... 



72 TIBERIO GRACCO 



Ottavio. 

Che Nasica 
giudichi il mio pensiero e le parole. 

Nasica. 
Tullia onora chi l'ama. E tu saprai 
mpstrarti degno non solo con frasi 
dell'onor che ricevi.... 

Ottavio. 

Io son confuso. 
Non so se più commosso od esaltato. 

Ottavia avanza e si inchina. 

Ottavia mia sorella a te s'inchina. 

Tullia. 
Abbassa gU occhi e non per reverenza! 

Ottav.o. 
Oh mal non giudicare il turbamento 
che la bellezza tua fulgente desta 
anche in una fanciulla! 

Ottavio e Ottavia condncono 
Tullia verso il fondo della 
scena. Tito Aniio e Metello, 
che sono rinusti da p.irte, si 
stiingono intorno a Nasica. 

Metello. 
Se il tuo disegno, il nostro, deve compiersi 
è bene che d'Ottavio ogni pensiero 
tu possegga. 

Nasica. 
Che dici? 



ATTO TEBZO, SCENA QUlìiTA 73 



Metello. 

Sono sorte 
nuove querele tra i fratelli. 

Nasica. 

E bene? 

Annio. 
Ottavia sa commuovere il fratello: 
ed egli può sfuggirci. 

Nasica. 

Che stoltezza! 
Metello. 
Credi, non disconosce i suoi diritti 
alla vendetta: ma nel cuor si turba! 

Annio. 
Qualche lacrima ancor della sorella 
ed egli va da' Gracchi a chieder scuse 
se fu deposto. 

Nasica. 
Sono scherzi insulsi! 
Metello. 
Tu lo conosci! È sempre incerto! Ardente 
nel sognare, ma debole ne' fatti. 

Nasica. 
E secondiamo i sogni. Tu gli offristi 
quanto ti dissi? 

Metello. 
Anche di più. 



74 TIBERIO GRACCO 



Nasica. 

Che altro? 
Tullia per me s'è qui recata: e voi 
ne vedrete gli effetti innanzi l'alba. 

Metello. 
È fatuo; il grande fascino di Tullia 
r ha già sconvolto : ma si stima degno 
ch'ogni donna per lui bruci d'amore. 

Nasica. 
E che Io creda! 

Annio. 
Aspira ad alti onori. 

Nasica. 
E noi lasciamo che vi aspiri! Tutto 
perché mai non ci sfugga. Non ci resta 
per schiacciare Tiberio che quest'arma, 
diritta inoppugnabile sicura. 
Il dissidio è scoppiato: s'inacerbì 
fino all'estremo. E che diceva Ottavio? 

Metello. 
Nulla che fosse grave. Anzi, alla fine, 
volea bruciar il mondo. Ma parlava 
evitando guardarci dentro gli occhi. 

Annio. 
Parlava sì, ma co' pensieri nostri. 

Nasica. 
Eccolo: non vedete come irraggia 
dal volto suo, dal portamento un altro 
Ottavio? 



ATTO TERZO, SCENA QUINTA 75 

Ottavio. 
gran Nasica, grazie ancora. 
Tullia è divina. 

Nasica. 
E ancor non la conosci. 
Ottavio. 

Io non mai vidi tanta venustà 
di forme rivestirsi di più fine 
grazia né di lusinghe più soavi.... 

Nasica. 

È la gloria del sangue che risplende 
in lei. Ben è che tu comprenda alfine 
chi veramente i tuoi meriti onora. 

Ottavio. 
Va oltre ogni speranza. 

Nasica. 

Ma gli Ottavii 
non sono tra le genti più cospicue? 
Su Tullia non avrebbero potuto 
cortesie né preghiere. La consorte 
d'un console che in guerra è trattenuto 
può sol co' senatori e co' parenti 
lasciar la casa per un degno invito! 

Ottavio. 
Tutto tutto ti debbo. 

Nasica. 

Basta; or sai 
che il tempo della tua vendetta è giunto. 



76 TIBERIO GRACCO 



Tiberio va nei campi. Noi potremo 
in Roma meglio agire. 

Ottavio. 

Lo dicevo 
or ora anch'io con Annio e con Metello. 

Nasica. 

Ma il nostro piano è un solo: onta per onta 
fino all'estremo, e che sia pur la morte. 
La tua vergogna deve esser lavata 
col sangue, 

Ottavio. 
Anche col sangue. 

Nasica. 

Tu sei dunque 
risoluto a valerti d'ogni mezzo 
contro chi svillaneggia entro lo Stato, 
e Intende a spogliar noi di tutti i beni 
per la patria acquisiti? 

Ottavio. 

Nulla ho detto 
che non suoni vendetta! 

Nasica. 

Tu lo giuri? 
Per tuo padre? 

Ottavio. 

Per mio padre lo giuro 1 

Tullia e Ottavia si avan- 
zano verso il triclinio. 



ATTO TERZO, SCENA QUINTA 77 

Tullia. 

Quante rose profuse e con qual gusto! 
Respirano di tocchi più gentili: 
delle tue mani, Ottavia.... 

Ottavia. 

Io non vi attesi: 
nullo è il merito mio: tutto è di Ottavio. 

Tullia. 

Tu sei troppo modesta, anzi mi sembri 
quasi sdegnosa di mie lodi. 

Ottavia. 

Credi 
solo ch'io non le merito. 

Tullia. 

Saresti 
ben altra donna se lasciando questa 
vita nell'ombra meglio frequentassi 
i nobili parenti, la mia casa.... 

Ottavia. 
Non so: non posso! 

Tullia. 

Ma dovresti! — Ottavio, 
siedi al mio fianco. L'ora sia soave 
e cura alcuna non vi adombri, amici. 

Ottavio. 

E chi meglio di te, Tullia divina, 
può spianare i corrucci delle fronti? 



78 TIBERIO GRACCO 



Tu sorridi e si illumina la mensa. 
Tu parli ed una musica c'incanta. 

Tullia. 

Son questi cibi prelibati, e i dolci 
vini e i fiori che allietano la vita.... 

Ottavio. 

Quando Tullia consenta ch'io le porga 
una coppa.... 

Tullia. 

Ed Ottavio ne comprenda 
il dono. 

Ottavio. 

Se l'intendo: benefìzio 
alto ristoro per il più depresso 
degli uomini tradito da un amico.... 

Tullia. 

Non voglio che da te sia rammentato I 
Quell'uomo io l'odio: egli su noi riversa 
il fango della sua ciurmaglia. Quasi 
ti sprezzerei perché gli fosti amico. 
Ma ti vendicherò: se a me ti affidi I 

Ottavio. 

Quando tu parli, il dubbio m'è negato. 

Tullia. 

Devi aver fede in te, devi volere 

ch'io ti renda alla gloria onde sei degno I 



ATTO TERZO, SCENA QUINTA 79 

Ottavio. 
Io mi rimetto al tuo voler: la gloria 
mi sarà più soave. 

Tullia. 

Un'altra coppa! 
Beviamo, amici, al nostro Ottavio.... console! 

Nasica. 
Io bevo alla sua gloria (e alla vendetta 
nostra) ! 

Metello. 
A Tullia onore, ed ai nemici 
ignominia I 

Annio. 
Ma Ottavia, tu non bevi?! 
Ottavia. 
Sì bevo, bevo; ma vi chiedo venia: 
un attimo: la testa mi vacilla! 

Si allontana. 

Ottavio. 
Quale offesa per gli ospiti. Tu devi 
restare ! 

Nasica. 

Non gridar, Ottavio; lascia 
la donna alle sue fisime. Godiamo 
l'ora che passa. TuUia ci convita 
a produrre da lei la dolce notte I 

Escono tutti lentamente. 



80 TIBERIO GRACCO 



SGENA SESTA. 
Ottavia e Servo. 

Ottavia. 

Presto, fanciullo, e cauto: che nessuno 
ti vegga e senta: ch'egli sol ti vegga 
ed avanzi sicuro. 

Servo. 

Non temere! 

Esce. 

Ottavia. 

momenti d'angoscia! O mio compresso 
cuore, non devi battere, non devi 
obbedir che alla forza del dovere! 

Pur non potrei sentire ad alta voce 

1 miei pensieri, senza essere scossa 
da nuovi dubbii! A chi chieder pietà? 
La casa è muta e solo la riempie 

il mio respiro, che comprimo invano.... 



ATTO TEBZO, SCENA SETTIMA 81 



SGENA SETTIMA. 
Tiberio, Ottavia. 

Tiberio. 
Ottavia, sola tu mi attendi? 

Ottavia. 

Sola 
ti attendo, di che temi? 

Tiberio, 

Nulla temo, 
ma il tuo messaggio era cosi convulso 
che mi lasciò supporre tu volessi 
offrirmi il mezzo di una degna ammenda, 
e parlassi per lui, per tuo fratello I 

Ottavia. 

È vero! In quel momento ero un'illusa: 
benché agitata da presagi biechi 
speravo ancora di mansuefarlo, 
di salvarlo, di vincerlo! Perdona 
la follia di una donna! Egli è perduto, 
è perduto per sempre! Io stento quasi 
a dirlo mio fratello: e fuggirei 
se potessi, di qui.... 

FANTINI, Tiberio Ch'aceo. 



TIBERIO GRACCO 



Tiberio. 
Ma tu comprendi 
che avresti meglio usato a mio riguardo 
scrivendo schietto.... 

Ottavia. 

Non l'avrei saputo! 

Tiberio. 
In tal modo — perdona — un solo istante 
io non posso indugiarmi. Innanzi l'alba 
partiremo pei campi: l'ora incalza; 
ed io non crederò tu mi abbia attratto 
per un capriccio. In tal momento il danno. 

Ottavia. 
Lo so, sarebbe grave per entrambi. 
Ma qual danno peggiore può toccarmi 
se non mi ascolti? No, non fu capriccio! 
Avrei potuto vincere me stessa? 
Quasi ancora non credo che la mano 
abbia vinto ogni dubbio, e tu sia giunto. 
Io non temevo allor, non conoscevo 
quanto spietatamente ora conosco! 

Tiberio. 
Non inseguir fantasmi. Un dolce affetto 
deforma il bene a volte e accresce i mali. 
Ottavia, se tu vuoi restar la buona 
sorella e amica, fa ch'io ti saluti 
e parta! 

Ottavia. 
Ma non posso! 



ATTO TERZO, S^ENA SETTIMA 88 

Tiberio. 

Con sincero 
dolor io debbo. 

Ottavia. 

Tu non guardi intorno 
i resti d'una cena infame? Credimi: 
Ottavio in cuor non era tutto iniquo. 
L'hanno travolto. E qui la tua ruina 
fu giurata immediata. Or egli è uscito 
con Tullia e i Senatori, ubriacato 
di profumi di vini e di promesse! 

Tiberio. 
Taci, non posso udirti! Tu deliri, 
tu dici cose che non sai. L'affetto 
sincero ti tradisce. Or fatti cuore; 
non siamo tronchi per qualunque accetta! 
Né siamo pochi: e ben hai visto come 
chi sa pregare poi domina e vince. 
Siamo forti: e giustizia è tal virtù 
che in eroi trasfigura anche gli imbelli! 

Ottavia. 
Ma le famiglie nostre, Otta vii e Gracchi, 
non erano pur ieri collegate 
da vincoli fraterni? E chi ti afferma 
che denunziando questa ignobil trama, 
non salvi te, salvando mio fratello? 
mi fosse concesso di salvarvi 
entrambi! No, non sono dissennata: 
forse gh occhi arrossati dal gran pianto 
non mi lasciano scorgere che sangue 



84 TIBERIO GRACCO 



e sangue di fratelli! 

Odimi ancora: 
lo devi per la tua causa: concedi 
un respiro al mio cuore di sorella. 
Resta: disponi meglio la difesa! 

Tiberio. 

10 non posso recedere un istante! 

11 destino ha segnato ogni mio passo, 
quasi meta dell'ora: e l'ora vola 

né forza vi ha se non a oltrepassarla, 
ad arrestarla mail 

Ottavia. 
Sfidi la morte, 
e la tua vita è sacra. 

Tiberio. 

Il sogno è sacro, 
ed offrirgli la vita n'è concesso 
per la bontà dei Numi. 

Ottavia. 

Tu mi strazi!. 

Tiberio. 
No, tu giudichi male: e me ne accoro. 
Non ero un violento; ora son fatto 
quale m'hanno voluto. Ero avversario 
leale del Senato: e per piegarmi 
soperchi erie, raggiri, e vili offerte 
si tentano: armi oblique. Io sono insorto 
contro tutti ribelle perché leso 
ne' sentimenti miei più vivi e santi. 



ATTO TERZO, SCENA SETTIMA 85 

Non vo nei campi per mercar favori. 
Provvedo al bene degli oppressi. E miro 
a più alto disegno. 

Ottavia. 

Oh parla ancora! 
Io pendo dalle tue labbra: e mi sento 
raccesa da una fede.... 

Tiberio. 

Ora non posso. 
Roma è piena di miseri e sperduti: 
fame, guerre, chimere qui li han tratti 
a un ozio turbolento. Forse ignori 
che gli schiavi minacciano rivolta: 
è bene che non giungan sino a Roma, 
a cementar dissidii più compatti. 
Agl'itaUci vinti è necessario 
concedere diritti, equi soccorsi, 
se lo Stato di Roma ami giovarsene 
in tenace concordia. Era l'avviso 
di mio padre: io ne seguo Talta mente 
e pei Numi la compio I 

Ottavia. 

E i voti miei 
sono pel tuo trionfo. Un breve indugio 
può giovarti.... 

Tiberio. 

Sarebbe un tradimento 
contro me stesso e chi da tanto aspetta.... 



TIBERIO GRACCO 



Ottavia. 
Non senti che tremenda ansia mi scuote 
e mi distrugge? 

Tiberio. 
Ma il dovere, Ottavia, 
è una spada spietata che divide! 

Ottavia. 
Io posso ancora vivere e soffrire 
seguendo la grandezza tua, Tiberio: 
ma non potrò più viver, te non vivo! 

Tiberio. 
Nulla su noi, né contro noi possiamo! 
L'amicizia fra noi resti perfetta 
liberamente. Pensa che ho sofferto 
e soffro. Quando non ti giovi, prega! 



Esce. 



Ottavia. 
Oli sventura su Roma e sul mio cuore! 
Nessuno più mi ascolta! Eccomi fatta 
nuova Cassandra a tutti invisa. Orrore! 
No: tutti voi non meritate Ottavia! 



ATTO QUAETO. 



Padiglione nella Campagna Romana, 




SGENA PRIMA. 

Tiberio, Caio, Appio Claudio 
Estensori e Messi. 



Tiberio a Caio. 
Una giornata fervida s'annunzia: 
le proteste si ammucchiano: ed ognuno 
vuol meglio esporre le ragioni a voce! 
Ringraziamo Giove, se Nasica 
ancor ti ha risparmiato una denunzia 
e ti lascia con noi disporre in pace 
questo intricato cumulo di piani. 

Caio scattando. 
Una denunzia? di Nasica? E quale? 
Se il voto tuo sancito dal comizio 
mi ha richiamato dalla guerra, appiglio 
a denunzie non regge! 



90 TIBERIO GRACCO 



Appio. 

troppo ardente 
e generoso giovine! E non sai 
la guerra disonesta a noi giurata 
dagli avversarli? Orpello troppo duttile 
ai maneggi più subdoli la legge, 
sempre la legge! Gli uomini e Tetà 
m'hanno offuscato, disilluso, affranto, 
che un sogno parmi qui tra voi sedere 
arbitro ed ufficiai d'una giustizia 
che resterà scolpita nella storia! 
E quante pene umilianti ! Venti 
assi furono iscritti dal Senato 
di Roma per le spese di giustizia, 
per questo padiglion gramo indifeso. 
Fatevi cuore, o flgU: senza lustre 
megho rifulgerà l'opera nostra: 
dai sacrifizii la giustizia ha luce. 

Sopraggiung'ono Estensori e 
Messi che portano le tavole: 
Caio le riceve, nota, confronta. 

Tiberio. 
Padre, l'augusta tua persona valga 
come sanzione degli Dei non solo 
per noi fìgii devoti, ma per tutti. 
Il tempo incalza e la stagione iniqua. 
Ma noi sapremo infondere la febbre 
agli estensori, ai messi. Oggi la terza 
zona già ci consente di bandire 
duecento nuove suddivisioni. 
E tra i primi colpiti, io leggo scritto 
Nasica, il senatore, e Ottavio in parte.... 



ATTO QUABTO, SCENA SECONDA 91 



SCENA SECONDA. 

Eatra uu MESSO. 



Messo. 
Il pedagogo di Nasica, Dromio, 
chiede di entrare. 

Tiberio. 

E tu che aspetti ancora 
per Introdurlo? 

Messo. 
Non è solo: pare 
ch'egli adduca con sé tre possidenti. 
E vi son due matrone. E un tal Ligurio. 

Tiberio. 
Bene: i tribuni siedon <iui per tutti. 
Senza tumulti: ognuno alla sua volta. 

Il Messo esce. 



92 TIBERIO GEACCO 



SGENA TERZA. 
Entra MANGI ALATERRA 

Mangialaterra 

sbucando volpinamente, e 
nascondendo un pugnale. 

E dai e togli, e togli e dai: 

la terra è sempre terra, e resta là. 

Tiberio. 
E costui chi sarà? Che vorrà mai? 
Hai visto, Gaio, donde sia sbucato? 
Sembra uno scemo, ma non rassicura: 
ha l'aria sbigottita, ma di volpe 
fuor della tana! Ohe, che vuoi, chi sei? 

Mangialaterra. 
Mi chiamano Io scemo di Preneste, 
perchè mangio la terra quando ho fame. 
E tu chi sei? Lo nuovo imperatore 
che dai la terra a tutti li affamati? 
Io de la terra tua non so che fare: 
la terra, quando ho fame, io me la mangio! 

E dai e togli, e togli e dai: 

la terra è sempre terra, e resta là. 

Poi, come riprenden- 
do un'aria interrotta. 



ATTO QUAETO, flCBNA QUARTA 



Mangia la terra, 
Mangia li rospi: 
se l'aria è fredda 
son meglio arrosti! 

Un Messo sopraggiunto 
lo respinge via. Egli 
esita, poi si rassegna. 

Vuoi della terra mia? Vieni nell'orto. 
Io della terra ne ho mangiata, anc'oggi. 
Te la posso ridar: vieni nell'orto. 

n Messo lo insegue. 



SGENA QUARTA. 
DROMIO seguito dai TRE Proprietarii. 

Dromio. 
tribuno, se è ver che innanzi a tutto 
poni il bene comune ed ai privati 
per giustizia hai rispetto: un avversario 
può confidar d'esporti anche i suoi casi. 
Precettor a Nasica Serapione, 
ora i suoi beni reggo ed amministro. 
Reggo i beni degU altri: non m'è dato 
discutere de' miei né della legge. 

Tiberio. 
Tu sei troppo cortese; riconosco 
la scuola dei sofismi e '1 suo maestro. 



94 TIBERIO GRACCO 



Dromio come agitato. 
Io non so dove battere del capo: 
non trovo più riposo: ed il trambusto 
cresce ogni giorno e mi arrovella e strugge. 
I contadini accorrono insolenti, 
e chi alza la voce, e chi la marra. 
Io non debbo più nulla, uno mi grida; 
e un altro: quel che avanza del frumento 
con agio renderò su' "miei,, prodotti. 
Non c'è più tempo a scrivere e sentire, 
sono tutti padroni ora del campo. 
E i raccolti dell'anno solo in parte 
sono compiuti. E noi dovremo tutti 
cederli con le terre, e noi dovremo 
invano consumar tempo e denari 
per offrir le derrate non sudate 
a musi nuovi qua sopra venuti 
dalle spelonche?... 

Tiberio. 

Hai facile l'offesa, 
maestro Dromio, quanto la parola! 
Se sono lerci e poveri, noi tutti 
ne siamo la ragion prima o indiretta! 

Dromio. 

Perdona, se trascorsi. Io non posseggo, 
ma ben soffro per quelli che posseggono 
e nel trambusto veggo ingiustamente 
calpestati. Non è costume antico, 
non è legge dagli avi e dai latini 
rispettata e da' popoli d' Italia 



ATTO QUARTO, SCENA QT7ABTA 95 

che i nuovi possidenti entrino in dritto 
a raccolti divìsi? Non Io neglii! 
Concedi almeno questa breve tregua! 
E benedetto più sarai.... 

Tiberio. 

Non posso. 
Nel bando è detto: senza indugio! Un caso 
di concessione ne travolge cento. 
Se i raccolti non son tutti compiuti, 
gioveranno a' più poveri. E Nasica 
non soffrirà per poche moggia d'oho.... 
Non sentì, o padre! Al nostro senatore 
non è bastato subito con false 
vendite a' suoi protetti assicurarsi 
le ville di Campania, ora piatisce 
per una breve tregua.... 

Appio. 

È troppo ingenua 
l'astuzia. Guadagnar tempo: i comizìi 
nuovi non son lontani.... 

Tiberio. 

E poi Tiberio 
ritorni innanzi al popolo a cianciare 
che il buon voler non basta per le leggi! 

Dromio. 

Io non l'ho detto, né pensato. Ascolta 
questi altri cittadini. Altre ragioni 
e tutte giuste hanno da opporti. 



96 TIBERIO GRACCO 



Tiberio. 

Ascolto. 

1.° Proprietario. 
tribuno, risolvi il mio dilemma. 
A mio padre sul letto della morte 
io giurai conservare il patrimonio 
intatto per lasciarlo a' miei figlioli 
intatto. Ed egli certo non amava 
la ricchezza. Anzi odiava gli usurai, 
fetida schiatta, quanto odiava il vìzio 
più verminoso: unici grandi esempii 
Cincinnato e Catone! La sua voce 
la sento ancora: salva il patrimonio: 
giuralo. Ed io giurai romanamente 
per gli Dei della casa e dello Stato. 
Un giuramento è patto sacrosanto 
fra gU uomini ed il cielo. Or voi potete 
ridurre a piacer vostro il patrimonio, 
la dote di mia madre; ma dovete 
farvi immondi spergiuri, e a me risolvere 
il sacro patto della mia coscienza! 

Tiberio. 

Va là, che il tuo dilemma non esiste: 
ubbidisci alla legge: e sarai salvo. 
Sii più parco, e sarai di te più degno, 
e di tuo padre e del gran Cincinnato! 

2.° Proprietario. 

Tu mi conosci ben, che se dovessi 
ricordarti 1 pretori e quanti duci 
la mia gente Sulpicia abbia donati 



ATTO QUARTO, SCESA. QUARTA 97 

a Roma, io ne sarei per l'avvenire 
dei romani attristato. Ma tre secoli 
di gloria e di valor non si cancellano 
quasi orme su l'arena: son tre secoli 
tre montagne di bronzo che un tuo gesto 
non potrà sgretolar che che tu voglia. 
Il patrimonio mio Roma l'ha dato 
in tre secoli a' miei, giusto compenso.... 

Tiberio. 

Come trasvoh in gesti ed in parole. 
Chi tutto vi ha donato ora potrebbe 
togliervi tutto. Eppure Roma è buona.... 

2.° Proprietario sogghignante. 
Concesso. Tu falcidii l'asse mio, 
lavoro di tre secoli: ma pensi 
tu, pensano i tribuni quante imposte 
la mia gente Sulpicia abbia versate 
nell'erario? Se i calcoh ho redatti 
bene, son centomila otto sesterzii 
e non aggiungo gl'interessi e i frutti 
degl'interessi. E lascio anche l'enormi 
spese per la coltura. Ti riprendi 
campi ubertosi ch'erano sterpeti. 
Vedete: son magnanimo: la gente 
Sulpicia sempre ha dato e nulla ha tolto 
all'erario di Roma. Or tu mi rendi 
le imposte per tre secoh pagate.... 

Tiberio. 
Benissimo! Ed avrebbero potuto 
i Sulpicii pagarle, se non Roma 

PASTINI. Tiberio Gracco. 7 



98 TIBERIO GRACCO 



fosse stata in tre secoli si larga 
per essi d'infinite are di terrai 

3.° Proprietario a cuore aperto. 

Tribuni, lo confesso, amo la vita, 
amo la gioja, amo i piaceri e Roma. 
Sono forse un cattivo cittadino! 
Chi mai mi provocò nei tribunali? 
Con la mia vita, con le mie grandezze 
io rendo lustro all'Urbe ed allo Stato! 

Tiberio. 
Ed anche all'epa tua che s'arrotonda! 

3.*^ Proprietario 

senza raccogliere lo scherzo. 

Tutti mi credon ricco e sono povero: 
a pena mille jugeri io posseggo. 
A stento posso adempiere ai doveri 
contratti con gU amici, co' clienti 
e col decoro a Roma ampio crescente. 
Voi fate nei miei fondi un taglio netto: 
lì dimezzate: dimezzate un uomo! 
Sarò ridotto un misero qualunque 
da negare una coppa di Falerno? 
Mi togUete le vigne: e che berranno 
i cUenti, gU amici e i crapuloni 
di Giunio il cavalier più hberale 
di tutti i cavalieri conosciuti 
nel Lazio? Mi lasciate per la cena 
e mi negate il vino! È come dirmi: 
eccoti i cespi: a noi lascia le rose. 



ATTO QUARTO, SCENA QUARTA 99 



Mi senti?. Io spendo tutto, io sono povero 
e per la gloria e per l'amor di Roma. 
Se il decoro di Roma è somma cura 
per voi, tribuni, anche il decoro mio 
v'importerà.... 

Tiberio. 
Mio tondo cavaliere, 
se i cinquecento jugeri varranno 
per la sinistra tua mano oziosa 
noi ti lasciam la destra pel lavoro: 
lavora: e non sarai più dimezzato. 
Anzi il decoro tuo raddoppierà.... 

3.° Proprietario sbuffando. 
Non è vero. 

1.° Proprietario ironico. 
Sacrilego ! 

2.° Proprietario. 
Si dice 
giusto: e non ammette la giustizia 
delle cifre eloquenti! 

Dromio austero e minaccioso. 

Con dolore 
noi dobbiamo partire insoddisfatti ! 

Escono. 



100 TIBERIO GRACCO 



SGENA QUINTA. 
I Tribuni soli. 

Appio. 

Più volte a stento ho raffrenato il riso; 
e parevano ingenui, cosi forti 
sì credevano dei loro cavilli! 

Gaio a denti stretti 
Raggiratori! Ladri! Iniqui sempre! 

Tiberio. 
Taci: ecco le dame. Ma che dico! 



SGENA SESTA. 
Valeria con la Figlia. 

Valeria inchinasi e presenta 
Son Valeria di Guma, e questo fiore 
di giovinetta è figlia della guerra! 

Tiberio. 
O donna, non intendo, ma ti ascolto 
se il tuo piato non è lungo od ingiusto. 



ATTO QUARTO, SCBNA SESTA 101 

Valeria. 

Non son usa a piatir: e tu non sei 
il tribuno bellissimo che ammalii 
anche i nemici, che sorridi all'arte 
della Grecia immortai,' che^porgi aiuto 
ai miseri e alle donne? 

Tiberio. 

Presto, esponi. 

Valeria. 

E sia pure; ho ragione di corruccio 
con te, con voi. Perchè non accettaste 
l'invito ieri sera? La mia cena 
non avrebbe sofferto al paragone 
memore dei triclinii più squisiti! 

Tiberio. 

Qui siamo per ragion d'alta giustizia, 
non per cedere a inviti od a lusinghe! 
Il Senato votò solo venti assi 
per la nostra giornata. Esso ci volle 
indicare cosi la via più sobria.... 

Valeria. 

Venti assi! La mia cena sontuosa 
sarebbe stata allor giusto compenso 
a tanta tirchieria, anzi un omaggio 
a cosi alti cittadini. 

Tiberio. 
Donna.... 



102 TIBERIO GRACCO 



Valeria. 

Dimmi Valeria: sono e fui l'amica 
sempre dei più valenti! 

Tiberio. 

E sia, Valeria.... 
Luogo né tempo è questo a vane ciance ! 
Senti? Di là vi è gente che fa ressa.... 
Non mancano che i nuovi possidenti 
a reclamar pei doni ricevuti! 

Valeria. 

tribuno, o bellissimo oratore, 

e tu non getterai pure uno sguardo 

su questa mia fanciulla? Non ti sembra 

perfetta in ogni forma? Non somiglia 

tutta a sua madre? E di', proprio ti sembra 

che le sia madre e non maggior sorella? 

Tiberio. 
Veramente è bellissima e leggiadra! 

Valeria. 

Io, io sola nel canto e nelle danze 
le fui maestra. Tutto quel che appresi 
da Strobilo di Rodi io le trasfusi.... 
E non vorrai venir nella mia villa 
per vederla danzar? Se a voi tribuni 
sobrii austeri è vietato di sedere 
a lauta mensa, d'ammirar con gli occhi 
è lecito, è concesso.... 

Tiberio vuole interromperla. 



ATTO QUARTO, SCENA SESTA 103 

Valeria. 

Ella è romana: 
fior genuino di Valerio Rufo 
che successe ad Annibale negli ozii 
di Gapua, e mi lasciò la villa e i fondi 
che ora tu mi contendi. È forse giusto 
che tu mi tolga quel che meritai? 
Meglio forse che cento legionarii 
a Gapua non servii la santa causa 
di Roma minacciata dal gran duce ì 
Ma tu verrai, tribuno, ad ammirare 
con qual grazia la figUa di Valeria 
si sciolga il peplo e all'intonar del flauto 
appunti e volga i piccoli suoi piedi. 
Oh tu verrai! Verrete! Aggiungi, o figlia, 
il tuo più dolce invito! 

La Figlia. 

Tu sai l'arte 
che megUo non saprei. Poi, mi vergogno 
innanzi a così nobih tribuni. 
La giovinezza mia pare che valga 
meglio se taccio, o madre, o buona madre! 

Tiberio. 

Sentenziosa e scaltra. veramente 
ella è Romana! Donna, noi vedremo 
se al nostro magistrato.... 

Valeria. 

Una risposta, 
una risposta è facile! Tiberio 



104 TIBIRIO GRACCO 



fu cosi dalle guerre e dalle leggi 
inaridito che non sa chinarsi 
a questo fiore.... 

Tiberio. 
donna, un messo mio 
verrà per la risposta.... 

Valeria irata. 

Ah tu non osi 
rifiutarmi, e mi scacci! 

Tiberio, 

La giustizia 
innanzi tutto! 

Valeria, 
Ma non è giustizia 
la vostra che i sudori della vita 
strappa alle donne oneste! 

Tiberio duro. 

Già risposi! 
Valeria furibonda. 
E anch'io rispónderò: innanzi notte 
tu saprai la risposta di Valeria! 

Esce regalmente. 



ATTO QUARTO, SCENA SETTIMA 105 

SCENA SETTIMA. 
I Tribuni, come prima. 

Caio scattairo. 
E tu la lasci andar così, fratello! 
Tu lasci che s'insulti e si minacci 
il nostro magistrato? Un forte esempio: 
una condanna a tanta tracotanza 
occorre: bada poi che sì mal vezzo 
non degeneri: e se ne soffra scorno! 

Appio con gesto sereno. 
Modera, o Caio, gl'impeti del cuore. 
Da prima mi parca negli occhi tuoi 
leggere sensi differenti! 

Caio. 

E bene 
la fanciulla era bella, seducente. 
Ma per Giunone, madre delle madri, 
quella Valerla non avea parlato, 
con quel tono sicuro e imperioso 
come ad un solo inchino si dovesse 
tutti ai suoi piedi gemere.... 

Tiberio. 

Minacce, 
e querele di donna, chi le cura? 
Sfumano come sfumano i profumi 
di cui la moda orientai ci appesta! 



106 TIBERIO GRACCO 



SGENA OTTAVA. 

LlGURlo, poi lo stesse DAME. 

LlGURIO rozzamente. 
Io sono qui per protestare. 

Tiberio. 

E contro 
chi tu protesti, e per che cosa^ 

LlGURIO. 

Contro 
la legge, contro Roma, contro tutti! 

Tiberio. 
Protesta pur: ma cambia il tono e i modi, 
se non vuoi che ti carichi di ceppi. 

LlGURIO ironico. 
Benissimo: ben venga la prigione. 
Al povero pastore altro non manca. 
Di pastore mi fate un contadino. 
Un bando me lo canta in tutti i toni. 
Ed ecco la padrona che mi scaccia 
issofatto di casa. Io me ne vado 
tranquillo a rimirar i miei poderi. 
Ed eccoti una muta sfuriata 
di mastini e di schiavi che si scaglia 
contro di me. Ma dunque questa legge 



ATTO QUARTO, SCENA OTTAVA 107 

è fatta apposta per la mia rovina ! ì 
Come potrò zappare, seminare 
se non vogliono pure che io riguardi 
il mio nuovo podere della legge? 

10 dovrò dunque vivere tremando, 
correre il rischio d'essere accoppato, 
io che non ho che questo mio bastone. 
E poi, e poi. Mi date il campo: il campo 
è bello se vorranno che lo goda. 

Ed io che posso far del mio bastone? 
Lo pianterò come spauracchio ai corvi! 
Dite al soldato che vada alla guerra 
e non gli date l'armi per l'offesa! 

11 mercenario acchiapperà le mosche. 
Dite a un uomo legato : ora ti sfama. 
Ma s'egU non può prendere il suo cibo ! 
Questa è la legge che ci regalate. 
Dateci prima il grano ed una vanga.... 
Dateci prima una capanna e un letto.... 
Se no, che vale tutta questa terra 

che io la guardi girando come un bìndolo! 

S'avanza Valeria. 

Valeria. 

Quest'uomo era un pastore: uno dei cento 
al mio servizio. L'ho cacciato ed ora 
non lo conosco più: sembra impazzato. 
Chi ha lasciato una volta le mie terre, 
posso giurar che non vi tornerà.... 

LlGURIO. 

Tu parli sempre come fossi un servo 
e dici non conoscermi! Vedremo. 



108 TIBERIO GRACCO 



Qua ci sono i tribuni con la legge. 
Io valgo quanto te, io sono anch'io 
un possidente! 

Valeria. 
La tua legge è falsa! 
Tiberio. 
Io ti consiglio, donna, pel tuo bene, 
poi ciie ti* piace tanto essere detta 
romana, non frapporre alcun inciampo 
di parola e di fatti all'esercizio 
dei diritti di Stato ! 

Valeria. 
Io non conosco 
questi diritti. Io so quello soltanto 
che Rufo mi lasciò per testamento 
e giuramento pubblico! 

Tiberio. 

Ei dispose 
oltre il giusto, oltre il suo! 

LlGURIO. * 

Senti? chi dunque 
ha ragione? non sono io possidente? 

Valeria. 
La tua lurida faccia mi repugna, 
villan rifatto! 

LlGURIO. 

La vedremo e presto, 
se qualcuno dei tuoi viene a toccare 
i miei confini! 



ATTO QUARTO, SCENA OTTAVA 109 

Tiberio. 
E tu, taci, e procedi. 
Sei rozzo: ma conosci meno frasclie 
di quelle che t'infiorano il mantello. 
Ora s'impone che si compia presto 
la di vision dei campi da lunghi anni 
usurpati allo Stato. Altre misure 
per favorire la coltura e i dritti 
de' nuovi possidenti seguiranno. 

Valeria. 
Ed io dovrò vedermi le mìe terre 
smembrate: e sul mio campo quella faccia 
di bruto che m'insulta? Ho le mie forze 
anch'io. Non cederò.... 

La Figlia a parte. 

Madre, la nostra 
causa è perduta: ed or non l'aggravare 
col tuo mal garbo. Ti ricordo i tuoi 
consigli. 

Valeria. 
È legge iniqua! Ed ho tradito 
il nipote di Annibale per questo! 

Esce fiiriosa. 



110 TIBERIO GRACCO 



SGENA NONA. 
I Tribuni soli. 

Tiberio. 
Lasciate mi riposi: io sono stanco: 
e mi vergogno a voi di confessarlo, 
a voi, capite! E pur sento un ristoro 
a dirmi stanco, tanta è l'amarezza 
che mi assale, mi soffoca.... 

Gaio. 

Fratello, 
per quattro gonzi ed una femminaccia 
tu ti abbatti così?! 

Appio. 

Gomprendo, o figlio, 
il tuo dolore! Anche Solone ha detto: — 
È dura cosa soddisfare a tutti 
nello Stato. — 

Tiberio rialzandosi. 
Ma padre, io chiedo appunto 
di giovar più che posso al cuor di tutti, 
e nulla per me chieggo, ombra di Giove! 

Appio. 
Ben chiedi, e meglio fai; ma forse è scritto 
che tu possa goder subito il premio? 



ATTO QUAETO, SCENA NONA 111 

È forse detto che nel cuor d'ognuno 
quello che fai rlsplenda come un bene? 

Gaio interrompendo. 
Megho la guerra allor come in Comizio 
franca e decisa; ma la lotta sorda 
di questi capziosi sobillati 
con femmine da conio e finti pazzi 
è ignobile, proterva! 

TmERio. 

E tu non dici 
degli altri che ricevono il mio dono 
(sì, vogUo dirlo mio, tanto ho vissuto 
questo sogno e ne sofifro)! 

Appio protendendo la mano. 
E noi vorremo 
lasciar l'opera a mezzo *? Ma la pena, 
il livore, il rigurgito di bile 
lasciamoli a Nasica ed al Senato, 
quando veggano vane le manovre. 

Tiberio riacceso. 
Si, padre, è giusto che si soffra quando 
il trionfo c'è caro! Ma rivedo 
il volto sbianco in lacrime di Ottavia: 
forse la trama è vera: oltre le vane 
ciance si tende una minaccia salda! 



112 TIBERIO GRACCO 



SCENA DECIMA. 
Entra BlOSSIO. 

Blossio ansante, esterrefatto. 

E come? Voi restate? Non udite 

il clamor della piazza? Questo è sangue, 

è sangue di Labeno! Ordina! 

Mostra una larga chiaz- 
. za su la spalla sinistra. 

Accorri! 
Che non fugga quel pazzo di sicario ; 
che lo veggano in ceppi; che il tumulto 
resti compresso e non divampi ad arte! 

Caio. 

A me, a me! Lasciate a me la briga! 

Esce. 
Tiberio 

abbracciando Blossio, mentre 
Appio abbassa la testa grave. 

Dunque è vero? non voghono che me, 
non voglion che il mio sangue, e non potendo 
mi uccidono il mighor dei miei liberti! 

Il tumulto di fuori cresce : 
si ode un cozzare di spade : 
poi silenzio. Labeno, por- 
tato a braccia, vien deposto 
alla meglio su una lettiga. 



ATTO QUARTO: SCENA DECIMA 113 

Tiberio 
slanciandosi con affetto frater- 
no, poi rialzandosi con sdegno. 

È ferito alle spalle, a tradimento! 
Egli che tante volte in campo aperto 
ebbe a sfidar la morte al fianco mio! 

Blossio. 

Sai, scherzava con me, come era solito, 
e per bontà volle con me venire. 
Solo per te, solo per rivederti: 
a Roma, senza te, non si sentiva 
un uomo, tanto róso era dall'uggia. 

Tiberio commosso. 
Cuor nobile: d'amico, non di servo! 
Blossio. 

E tanta era la gioja di sentirsi 
giunto qui, presso te, prima di notte, 
che a stento io gli potea, povero vecchio, 
tener dietro; quand'ecco un gruppo informe 
avanzarsi, far cerchio, ed una voce 
soffocata di rabbia: dagli, dagli j 
E non avevo ancor vòlto la testa 
che il povero Labeno arrovesciato 
mi s'era fra le braccia! 

Tiberio 

mestissimo, ma risoluto. 

padre, o amici, 
faremo un sacrificio espiatorio 
e Roma vegga me con tutti i miei 

PÀTTINI, Tibeno Gracco. 8 



114 TIBERIO GRACCO 



vestiti a lutto: e Roma tutta sappia 

che la mia vita sacra è minacciata 

barbaramente, insidiosamente. 

Comprendo dalle grida di tripudio 

che già rhanno acciuffato l'assassino! 

O Blossio, fa che qui me lo conducano. 

Mangialaterra , legato, è 
spinto innanzi fra i soldati. 

Gaio, con veemenza. 
fratello, un esempio fiero e netto: 
e sia morte per morte! 

Tiberio 

vuole slanciarsi sul si- 
cario, ma si contiene. 

Quel meschino! 
Tu lo ravvisi, o padre! 

Appio. 

Un mentecatto! 

Tiberio. 
Il disprezzo è più forte del furore. 
Un fiero esempio occorrerebbe e pronto, 
ed io non voglio giudice elevarmi! 
Io voglio, sì, opporre forza a forza 
ma a viso aperto: e se l'amor non vale 
mi temano; ma sangue sopra sangue 
senza giudizio pubblico io non verso! 
Non posso, che di lui non è la colpa: 
lo sento, egli è una vittima. Ma tremino 
i sozzi ispiratori! A lui perdono! 



ATTO QUINTO. 



Sul Campidoglio, 




SGENA PRIMA. 
Gaio, un Tiberiano. 



TlBERIANO. 

Ti aspettavo per dirti.... 

Gaio irrequieto. 
Gerco anch'io 
di Muoio. Dove si sarà cacciatoi 

Tiberiano. 
Lo vidi presso il foro.... 

Gaio. 

Ed era solo? 

Tiberiano. 
No: con molti clienti. 



118 TIBERIO GRACCO 



Gaio. 
È quasi un'ora 
che l'attendo; ma sembra questa mane 
che tutti sieno smemorati! 

TlBERIANO. 

Vuoi 
che lo rintracci? 

Gaio. 
Vado io stesso. 

TlBERIANO. 

Aspetta 
che ti dica. 

Gaio. 

Ma parla. 

TlBERIANO. 

Da Preneste 
e da Fregelle i messi ancor non sono 
ritornati... 

Gaio. 
E cosi calmo mi guardi? 
E così credi aver ottemperato 
al tuo compito in questa ora incalzante? 

TlBERIANa 

Io non potei che raddoppiare i messi! 

Gaio. 
Ah! Non vennero ieri e non verranno 
oggi. Sono coloni. Ed ora che hanno 



ATTO QUINTO, SCENA PRIMA 119 

i nuovi campi, vogliono giovarsi 
d'ogni buona giornata pei lavori. 
Mio fratello s'affida sempre: ed eccoci 
oggi a contar su' soli amici urbani. 
Protrarre si dovevano i lavori 
con tutti i mezzi di difesa e offesa 
fino agli ultimi giorni. Si doveva 
tenerli avvinti a noi, condurli quasi 
a sostener che l'opera compiuta 
in favor loro, da Tiberio stesso 
sia proseguita ancora un anno. 

TlBERIANO. 

È giusto: 
tu dici bene. 

Gaio. 

Io dico che Tiberio 
debba fra poco rompere ogni indugio, 
e, appena convocata la conclone, 
all'assemblea di balzo chieder netto 
che tribuno egli sia riconfermato. 

TlBERIANO. 

Benissimo 1 

Gaio. 

Stupirli, sbaragliarli, 
non dar mezzo né tempo agli avversari... 
Il popolo ama chi lo prende a fronte. 

TlBERIANO. 

Gaio, il fuoco di Giove è nel tuo cuore. 
Vuoi che cerchi di Muoio I 



120 TIBERIO GRACCO 



Caio. 

No: qui resta 
a raccogliere i nostri: e osserva intorno. 

TlBERIANO pensoso. 
Resto ed osservo: se nessuno torna 
da' campì, i nostri voti basteranno? 



SGENA SECONDA. 
Due Faziosi, eli Tiberiano. 

1.^ Fazioso 

afferrando pel petto il Tiberiano. 

Chi sei tu? 

Tiberiano 

tremando senza parere 

Non lo vedi: sono un Nero! 
2.^ Fazioso sghignazzando. 

Ho capito: hai mangiato con Tiberio 
e porti il lutto, come lui, pel cane 
che gli hanno ucciso. 

Tiberiano. 

SI, ho mangiato anch'io 
al gran triclinio con le cento torce, 
ma sono un Nero, onesto! 



ATTO QmXTO, SCENA TERZA. 121 

1.° Fazioso. 

O nero, sì 
tu sei per questo straccio; ma di viso 
tu mi sembri più bianco d'un coniglio.... 

TlBERIANO. 

che la colpa è mia, se mi sembrate 
due cinghiali lucani? 

2.° Fazioso battendolo. 

Ma i cinghiali 
azzannano i conigli, o bianchi o neri! 

TlBERIANO. 

1 mastini, i mastini! Aiuto, aiuto! 

Fugge. 



SCENA TERZA. 

Tito Annio, Quinto Metello, 
poi Nasica, 

Annio. 

Mi par che spiri vento di battala. 

Metello. 

Per Ercole: si vedon brutti ceffi: 

gruppi e complotti ad ogni svolto: e cresce 

Fonda tumultuosa.... 



122 TIBBBIO GRACCO 



Annio. 

Una vergogna! 
Quando e' si crede e si millanta puro, 
a che tanta ciurmaglia sempre intorno? 

Metello. 
Dicon che vada armato! 
Annio. 

il gran tribuno! 
L'eloquenza, la causa degU oppressi 
dunque per lui non sono armi, le sole? 

Nasica interrompendoli. 
Grandi forze, vedete? Ma non sa 
che più forti slam noi! 

Annio. 

Quali novelle? 

Nasica beffardo. 
Sempre mighori giungono dai campi 
e di reclami e d'aspre controversie: 
ma i coloni, i novelli possidenti, 
si son richiusi ih casa co' trofei 
di sterpi e veUi! 

Metello. 
Il piano resta intatto? 
Nasica. 
Ed immutato. Guerra, a tutt'oltranza! 
Tu ricordagli il padre: e tu Ottavio: 
vedremo che saprà sfoggiar di nuovo. 



ATTO QUINTO, SCENA TERZA 123 

L'ombre, i confronti valgon più che Tarte 
e i piati e i manti neri! 

Annio. 

Ecco Cornelia. 

Metello. 
Andiamo. Resta inteso. 

Nasica. 

Anche dovesse 
riuscire a commuovere. Badate: 
irromperò co' miei ! Vo' ricacciargli 
in gola la gran legge e il padiglione! 

Allontanandosi. 

Annio. 

Mutati i tempi! Orrore! Anche le donne 
salgono il Campidoglio! 

Metello. 

Ella si crede 
intimidir la plebe, come i servi 
in casa! 

Annio. 

E sempre con quel Blossio, l'orso 
sbucato, fuori dall'antro di Cuma. 

Metello uscendo. 
Che ! Che ! Se parla, parla la Sibilla. 
Credono forse gh sia flgho, un orso! 



124 TIBERIO GRACCO 



SGENA QUARTA. 
Cornelia, Blossio, poi Ottavia. 

Cornelia. 
Dammi il braccio, o filosofo: i pensieri 
di Cornelia son lucidi, son fermi; 
ma il cuore d'una madre è in gran tumulto. 

Blossio. 
Temi della prudenza di Tiberio? 

Cornelia. 
Temo per lui: ma temo più per Caio. 

Blossio. 
Lo cercheremo: egli non sa prudenza: 
bisogna allontanarlo dal Comizio: 
uno scatto inconsulto da sua parte 
sarebbe un gran pericolo. 

Cornelia. 

E gli auguriif 
Tu credi che non oserei sfidarlo, 
questo nuovo pontefice, il feroce 
implacabil Nasica, a confessarmi 
se inganno non vi fu nel trar gli augurii? 

Blossio stupefatto. 
Falsi gli augurii?! 



ATTO QmNTO, SCENA QUARTA 125 

Cornelia. 

io temo: nell'uscire 
Tiberio fortemente die del piede 
contro la soglia! 

Blossio. 

Era il suo cor fervente 
che gì' impedì di scorgerla. 

Cornelia. 

E i due corvi 
che combatte van contro il tetto opposto"? 

Blossio. 

Claudia troppo ha veduto: è troppo donna. 
Se i cittadini vogliono Tiberio, 
egli ha ben fatto a non curare i segni 
del cielo. 

Cornelia.. 

Come? Li disprezzi? 

Blossio. 

Credi: 
sono ben altri quei prodigi, i grandi, 
onde il ciel ci previene, quando voglia. 
È bene in casa raffermar la buona 
Claudia! 

Si ferma meravigliato, ve- 
dendo accostarsi Ottavia. 

Ottavia. 
Cornelia! 



12 fi TIBRBIO GRACCO 



Cornelia duramente. 
Ed osi salutarmi, 
tu sorella del nostro empio avversario? 

Ottavia. 

Io saluto la madre di Tiberio 

come fosse mia madre: i sentimenti 

d'Ottavia son pel popolo.... 

Cornelia. 

E tu cerchi? 

Ottavia. 

Di Tiberio! E per dirgli che i presagi 
son funesti: e il Comizio a rinviarsi. 

Cornelia. 

E tu puoi tanto? 

Ottavia. 

Non potrei, ma l'oso. 

Cornelia. 



E come sai? 



Ottavia. 



Le tristi nuove sono 
veloci come i dèmoni. Che Claudia 
se ne disperi in casa: io, pur fanciulla, 
reprimo il pianto, e corro.... 

Cornelia. 

Ove non sai! 



ATTO QUINTO, SCENA QUARTA 127 

Ottavia. 
Per salvare Tiberio. Egli mi è caro: 
son dieci anni che soffro. 

Blossio. 

generosa 
fanciulla, non temer, non sono i segni 
che possono gettare onta o sventura 
sovra Tiberio, che non può, né deve 
ritrarsi per le ubbie vostre nell'ora 
grave.... 

Cornelia. 
Dunque consenti? 
Blossio. 

Eccolo. Via! 
Ottavia 

vorrebbe slanciarsi, 
ma è trattenuta. 

Com'è bello e sereno! 

Cornelia beata. 
Chi vincerlo potrà? ha tutta in volto 
la dolce gravità del padre. Andiamo! 

Traendo Ottavia. 

Solo temer per lui mi pare indegno! 



128 TIBERIO «BACCO 



SCENA QUINTA. 

Tiberio, Caio, Blossio, Popolani 
da una parte : dall' altra METELLO, ANN IO, 

Patrizii, poi Nasica. 

Tiberio con ycce gicura. 
Chiedo mi si rinnovi il Tribunato! 

Voci fra i patrizii. 
Nessuna legge lo permette! Troppo 
ei s'impone alle leggi a suo talento. 

Tiberio. 
Non raccolgo rumori di calunnie! 
Chi osa proclamar le accuse, avanzi! 

Annio spinto da un gruppo. 

Tu hai disonorato un tuo collega! 

Tu gli hai negato con la violenza 

11 pubblico diritto alla difesa! 

Mormorii confusi 
di approvazione. 

Tiberio. 
Non deposi un tribuno, ma un nemico 
del popolo. Ascoltatemi. Il tribuno 
è sacro e inviolabile se il popolo 
a difensor lo elesse. Ma chi vieta 



ATTO QUINTO, SCENA QUINTA 129 

al popolo il suffragio egli è un nemico 

che lo ingiuria lo abbattetegli si spoglia 

dell'onor ricevuto. Già divini 

per riti e per consenso erano i re: 

Tarquinio meritò mal dell'impero 

e fu deposto. Sante e venerande 

son le Vestali: e pur chi pecca perde 

ogni rispetto ed è viva sepolta. 

È il popolo che dona il privilegio 

e che lo toglie. Le tribù concordi 

giustamente acclamaron quel tribuno: 

più giustamente unanimi co' voti 

loro l'hanno deposto. È il tribunato 

come un dono votivo che da un tempio 

si rimuove in un altro, quando occorra: 

è sacra dignità, ma trasferibile, 

e rinunziata spesso anche da molti! 

Voci fra i popolani. 
È vero, è vero: Ottavio fu che volle 
esser deposto! 

Voci fra i patrizii. 

È falso ! EgU, Tiberio, 
l'ha voluto. Sacrilego! Egli mente! 

Tiberio. 
Io non mento, non ho mentito mai! 
SI, sacro e inviolabile è il tribuno. 
Anche se smantellasse il Campidoglio; 
anche se ardesse l'Arsenal, sarebbe 
il più stolto degli uomini, il più empio, 
ma pur sempre tribuno! 

FANTINI, Tiberio Gracco. 9 



130 TIBERIO GRACCO 



Sol chi attenta 
alla vita del popolo, calpesta 
l'ufficio suo; non può restar tribuno 
difensor di diritti se li nega! 

Applausi. 

Metello 

affrettandosi per reprimere 
le approvazioni del popolo. 

Dunque, tu chiedi un nuovo tribunato: 
Dunque Roma vedrà ancóra un anno 
te la notte aggirarsi per le vie 
seguito da una vera orda malsana 
agitante le torce? Ma tuo padre 
che fu censore e aveva anche il tuo nome 
(e sol per questo non dovresti osare 
di macchiarne gli esempii) quando mai 
fu veduto così? Tale l'ossequio, 
tale la reverenza egU incuteva, 
che i cittadini nel tornar da cena 
spegnevano i lor lumi, se già tardi. 
Tu abbagli con le torce la tua ciurma: 
alluma ancora l'ultime tue faci, 
e chiedi il tribunato a vita, e fatti 
nuovo tiranno! 

Tiberio 

prorompendo e agitan- 
do la sua toga nera. 

E chi e chi m'indusse 
a vestir di gramaglie la persona? 
A chi, se non a me, tribuno eletto 
dal consenso del popolo, hanno osato 



ATTO QUINTO, SCENA QUINTA 131 

attentare la vita? Io certo debbo 

e solo benedire al mio ^uon Nume, 

se il pugnale ond'armaste quel vigliacco 

falli nel colpo e uccise il mio liberto, 

il più fedele, il mio miglior compagno, 

e ancor lo piango, e ancor non so né posso 

pel dolore dimetter questo manto! 

Poiché la mia persona è insidiata, 

di chi la colpa, se i cUenti a gara 

mi fanno scudo del lor petto: e mai 

non vogliono ch'io torni senza lumil 

Io serbo fede al grande padre mio, 

e non produssi, come avrei potuto, 

tutto il Senato a rendermi ragione 

di quel sangue versato! 

Or voi sapete, 
cittadini di Roma, quanto saggio 
fu il mio consiglio a togliere al Senato 
prepotente l'appello estremo: or voi 
potete avere da qualsia sentenza 
ragione di difesa nel Comizio. 
Ed il Senato m'odia: lo sentite 
per bocca dei suoi messi! 

Ma la causa 
vostra non è compiuta: ancora io debbo 
svolger la legge agraria a benefizio 
pieno e vero di voi, concittadini! 
E voi mi sosterrete, ch'io difendo 
con la mia vita il vostro cuor migliore, 
Attalo re vi elesse per eredi! 
Ma voi soli di quell'oro già siete 
e resterete gU arbitri. Il tesoro 



132 TIBERIO ORACGO 



sarà qui trasportato: e voi ne avrete 
gli arnesi onde mancate a coltivare 
la vostra terra, e i buoi per fecondarla, 
e il tetto che vi accolga e vi difenda. 

Voci acclamanti. 

L'oro d'Attalo è nostro! 

Sia difeso 
Tiberio! 

Sia tribuno! Ancóra un anno! 
Lo vogliamo ! 

Il Senato lo confermi! 
È giusto, è santo, è necessario! 

Un Patrizio. 

Sciocchi ! , 
strappategli di dosso il manto nero: 
la porpora vedrete e il diadema 
che Attalo gU ha mandato. Egli è un tiranno! 

Voci. 

Chi parla di tiranni? 

Empii, tacete! 

Un altro Patrizio. 

Io r ho veduto, io che gh son vicino 
quando in sua casa l'ebbe ricevuto! 

Voci fra 1 popolani. 

Abbasso le calunnie! Abbasso i viU! 
Lo voghamo tribuno! Ancóra un anno! 
Lo voghamo! Il Senato lo confermi! 



ATTO QUINTO, SCBNA QUINTA 133 

Nasica 

avanzando da destra 
verso il Console. 

E il Console di Roma ascolta e tace? 

Il Console. 
Il Console non può qui giudicare 
della vita e degli atti di nessuno! 

Nasica più impetuoso. 
Il Console tradisce la città: 
io ne sono il pontefice: seguitemi, 
e salviamo le leggi! 

I senatori sono trattenuti 
per qualche istante dai pri- 
mi popolani. Gli altri Tibe- 
riani che non hanno veduto 
e sentito bene fanno ressa. 

Voci fra i popolani. 
Indietro, indietro! 
Blossio a Tiberio. 
Guarda quel senatore amico d'Appio: 
si sporge dietro il console, ti accenna: 
vuole parlarti... Io corro a lui! 

Tiberio. 

No, Blossio! 
Resta con me, presidio di prudenza! 

Caio. 
Su, fratello, brandisci il tuo pugnale! 

Tiberio. 
Non tentarmi; quest'arme è per difesa! 



134 TIBERIO GRACCO 



Gaio. 
Che prudenza e difesa! Alza il pugnale! 
Che tutti, anche i lontani, chiaro intendano 
il pericolo estremo che si corre! 

Blossio. 
Gli amici nostri cedono alla ressa! 
Le tribù si disperdono travolte! 

Caio. 
Il console si copre... Alza il pugnale! 

Tiberio. 
Il cielo è sempre contro i violenti! 

Caio. 
Il cielo è contro noi, se non minacci! 

Blossio. 
Forse è meglio raccogliersi nel tempio! 

Tiberio. 
No! Nessuna viltà né violenza! 

Gaio. 
Ma l'orda di Nasica ci sovrasta! 

Tiberio. 
Troppo feci una volta! 

Blossio. 

Il Senatore 
accenna con le braccia che ti copra! 

Tiberio alza sul capo 



UE lembo della toga. 



ATTO QUINTO, SCENA SESTA 135 

Voci fra i patrizii. 
Avete visto! Ha chiesto la corona! 
Ha chiesto il diadema del tiranno! 
Morte al tiranno! 

Morte ed ignominia! — 

Ora Tiberio ha brandito il 
pugnale : ma i senatori e la 
turba al seguito di Nasica 
hanno strappate le aste dei 
littori. Il tumulto è confuso. 
Tiberio tenta sfuggire ver- 
so il tempio : è afferrato per 
la toga : incespica : ed è col- 
pito. - La folla trascorre via. 



SGENA SESTA. 
Tiberio, Caio, Blossio, poi il Popolo. 

Tiberio 

tutto ravvolto nella toga nera. 

Fratello, non trascesi: forse errai 
ma pel bene del popolo. Se debbo 
ora morire, il mio fato si compia. 
Ma non cada con me l'illusione.... 

Caio. 
Gli Dei m'han consacrato alla vendetta! 

Tiberio. 
Non pensare a vendetta. Troppo sangue 
romano da romani ora si versai 



136 TIBERIO GRACCO 



Ed il bene del popolo non chiede 
sangue I 

Gaio contenendosi. 
Fratello, la tua salda fede, 
che in luce di martirio ora s'accende, 
mi sarà sola norma nella vita: 
anche se vita eguale, eguale sorte 
attenda! 

Tiberio. 
Va, conforta nostra madre: 
non muoio indegno delle sue virtù! 
Solo il bene del popolo ho sognato! 

Si abbatte. 

Blossio curvandosi. 
Tu vaneggi! Non sei ferito a morte! 

Caio e Blossio tentano trasci- 
nar via Tiberio ferito, ma 
l'orda degli assalitori riappa- 
rendo li scompiglia violenta. 

Voci. 
Eccolo: eccolo: è qui! Al fiume! Al fiume! 
Gettiamolo nel Tevere il tiranno! 



Tiberio è sollevato da 
cento braccia convulse. 



FINE DELLA TRAGEDIA. 



NOTE. 

" Il me parait, qu'on a donne souvent aux Romains un 
discours trop fastueux.... Je ne trouve point de propor- 
tion entre l'emphase avec laquelle Auguste parie dans la 
tragedie de Cinna, et la modeste simplicité avec laquelle 
Svétone le dépeint dans tout le détail de ses moeurs. 
Tout ce que nous voyons dans Tite-Live, dans Plutarque, 
dans Cicéron, dans Svétone nous représente les Romains 
comme des hommes hautains dans leurs sentiments, mais 
simples, naturels et modeates dans leurs paroles. „ 

FÉXELOX : Lettres sur Véloquence, 

" La storia, osservava, nei moderni avvenimenti rappre- 
senta nel fondo i Gracchi come scellerati, che volevano 
pescare nel torbido e sovvolgere tutta la società, mentre 
nei particolari qua e colà vien fuori dicendo, che non man- 
cavano di virtù, eh' erano dolci, disinteressati, di buoni 
costumi. Né poteva esser diverso: non erano dessi forse 
i figli della gran Cornelia? Donde proviene un tale con- 
trasto? Proviene da ciò, che i Gracchi s'erano fatti gene- 
rosamente e lealmente sostenitori dei diritti del popolo 
oppresso contro un senato oppressore, e che per il loro 
grande ingegno, per la magnanimità del carattere furono 
degni di contrastare ad una feroce aristocrazia, che, trion- 
fante nella lotta, uccise e li diffamò. Tale e non altro in- 
tendimento spinse gli storici ancora della repubblica a 
presentarli sotto quell'aspetto; dappoi durante l'impero 
la cosa non poteva mutare; il pronunciare il solo nome 
di diritti del popolo sotto despoti di quella risma, era be- 
stemmia e vero delitto; dicasi lo stesso durante il feuda- 
lismo, formicolaio di piccoli despoti. Ecco ciò che perse- 
guitò la memoria dei Gracchi, le cui virtù per tanti secoli 
furono delitti; ma presentemente che i lumi sono cre- 
sciuti, la critica storica s'è avanzata, si è assodato l' im- 
pero della ragione, i Gracchi possono e debbono trovar 
grazia appo noi. In questa tremenda lotta fra l'aristocra- 
zia, che a' dì nostri s'è tutta rinnovata, in questo anta- 
gonismo fra l'antico e il nuovo, ove l'aristocrazia trion- 
fasse con la forza, chi sa quanti Gracchi essa stessa ci 
darebbe a conoscere, trattandoli così benignamente come 
Un tempo la sua antenata. „ 

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Teatro straniero cootemporaoeo. 



Emilio Augier. 

La signora Caverlet . . 1 20 
I Fourchambault ... 1 20 

Onorato di BalzaC. 
Mercadet l'affarista . . 1 20 

Enrico Becque. 

La parigina 1 — 

La spola ; Donne oneste. 1 — 
I corvi 1 — 

Adolfo Belot. 

L'articolo 47 120 

Alessandro BÌSSOM. 



Il deputato di Bombignac. 

B. Bjdrnson. 

Un fallimento .... 
Oltre il potere nostro . 


1 — 

1 — 
1 — 


Giorgio Byron, 

I nostri bimbi .... 


120 


Francesco Coppée. 
I Giacobiti 


120 


Alfonso Daudet. 

Il Nabab 


120 


M. Delacourt. 

Processo Veauradieux . 


120 


Delacourt e Henneq 

I domino rosa .... 


uin. 

120 


Max Dreyer, 

L*età critica 


2 — 



Dumas figlio. 

La signora dalle camelie . 1 20 
La straniera 1 20 

I Danicheff 1 20 

II signor ministro. . . 1 20 

Erckmann e Chatrian. 

I Rantzau 1 20 

L'amico Fritz . . . . — 50 

j. Estebanez. 

II positivo 1 20 

Lodovico Fulda. 

Il talismano. . , , . 1 — 

E. Gondinet. 

Un viaggio di piacere . 1 20 

Gerardo Hauptmann. 

Il collega Crampton . . 1 — 

I tessitori 1 — 

Elga l — 

Haennele (in preparazione). 

Enrico HeiUG. 

Almansor 1 2o 

Guglielmo Eatcliff . . 1 20 

Hennequin e Millaud. 

Niniche 1 20 

Hngo von Hofmaunsthal. 

Elettra 3 — 



8i dà gratis il completo Catalogo Teatrale, 



Milano — Featbll TREVES, Editobi — Milano 



Enrico IbSSII. 

Casa di Bambola . . . 1 — 

La lega dei giovani . . 1 — 

Un nemico del popolo . 1 — 

Spettri 1 — 

Il piccolo Eyolf . . . 1 — 

Le colonne della società. 1 — 

Hedda Gabler .... 1 — 

Rosmersholm . . . . 1 — 

Il costruttore Solness . 1 — 

Gian Gabriele Borkman. 1 — 

I pretendenti alla corona. 1 — 
La donna del mare . . 1 — 
L'anitra selvatica. . . 1 — 
La sig.* Inger di Ostrot. 1 — 
Spedizione nordica . . 1 — 
La festa di Solhaug . . 1 — 
Imperatore e Galileo. . 2 60 
Brand 2 50 

Filippo Langmann. 

Bartel Turaser. . . . 1 — 

Enrico LaubO. 

Gli scolari di Carlo . . 1 20 

Carlo LaufS. 

Camere ammobigliate . 1 20 

p. H. Loyson. 

Le anime nemiche . . 2 — 

L'apostolo 3 — 

Con prefazione di Renato Slmoni. 

Moser e Schdnthan. 

Guerra in tempo di pace. 1 — 

Max Nordau, 

II diritto di amare . . 1 — 

Giorgio Oh net. 

Il padrone delle ferriere. 1 20 

La gran marniera. . . 1 20 

La contessa Sara ... 1 20 

E. Pailleron. 

Il mondo della noia . . 1 20 



D. A. Parodi. 

Roma vinta 1 20 

Ulm il parricida ... 1 20 

A. w. Pinero. 

La casa in ordine . , 2 — 
La seconda moglie . . 2 — 

s. e G. Quintero. 

Anima allegra .... 3 — 
Commedie spagnole . . 3 — 

L'amore che passa. - I fiori. - 

I G^aleotL - La pena. 

Raymond e Boucheron. 

Cocard e Bicoquet. . , 1 20 

Ernesto Renan. 

L'Abbadessa di Jouarre. 1 20 

Giovanni Richcpin. 

n vagabondo .... 3 — 
La pania (La giù) . . 2 — 
II ^bustiere . * . . 2 — 
Con la spada {in preparaz.). 

Vittoriano SardOU. 

Ferréol 120 

Patrial 2 — 

Andreina 1 20 

Lo zio Sam 1 20 

I fossili 1 20 

Lafarfallite 120 

L'odio 1 — 

Dora, Le spie ... 2 — 

I borghesi di Pontarcy . 1 20 

Daniele Rochat. ... 1 20 

Facciamo divorzio. . . 1 20 

Odette 1 — 

Fedora 1 — 

Giorgina 1 20 

Rab«5ras 1 — 

I nostri intimi. . , . 1 — 

I nostri buoni villici . 1 — 

Madame Sans-Géne • . 2 — 

La pesta 2 — 

La strega -.2 — 



Si dà gratis il completo Catalogo Teatrale* 



Milano — Fbatelli TREVES, Editori — Milano 



A. Strindberg. 

Padre 

Creditori 

Maestro Olof . . . 



Ermanno Sudermann. 

L'onore 1 — 

La fine di Sodoma . . 1 20 

Battaglia di farfalle. . 1 — 

Felicità in un cantuccio. 1 — 

Evviva la vita ! dramma. 3 — 

Pietra fra pietre . . . 2 — 



Leone TolstOI. 

Potenza delle tenebre . 1 — 

I frutti dell'istruzione. 1 — 

II cadavere vivente . . 2 — 

Ivan Turghenieff. 

Pane altrui 1 — 

Von Moser e Pohl. 

Il bibliotecario. . . . 1 — 

Emilio Zola. 

Nana 120 

Renata 1 20 



TEATRO di SHAKESPEARE 

Nuova traduzione di DIEGO ANGELI 
I. 1>3, iCnipCSlR) commedia in 5 atti, 
n. Giulio Cesare, tragedia in 5 atti, 
in. MaCbeth, tragedia in 6 atti. 
VI. AinletO, tragedia in 5 atti. 
V. Coinè vi pare, commedia in 5 atti. 

VL La bisbetica domata, comm. in 5 atti. 

Ciascun volume: Tre Lire. 



Si dà gratis il completo Catalogo Teatrale. 




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